La famiglia che vive nei boschi del Vastese, il pm chiede l'allontanamento dei tre figli

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nell’entroterra abruzzese, in un bosco del Vastese in provincia di Chieti, sorge un rudere isolato che una coppia di origine anglosassone, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, ha eletto a propria dimora. La struttura, che chi l’ha visitata descrive come fatiscente e priva di luce, acqua corrente e gas, presenta pareti lesionate e danni strutturali di una certa entità. Attorno alla costruzione principale, una piccola roulotte, un’area per l’allevamento di animali e un sistema di bagno a secco compongono un quadro di vita deliberatamente distante dai comfort convenzionali, un esperimento di esistenza che, però, ha sollevato serie preoccupazioni nelle autorità.

La scelta radicale e l'intervento della procura

Qui, la quarantacinquenne australiana, un’ex istruttrice di equitazione, e il cinquantunenne britannico, un ex chef e commerciante di mobili, crescono i loro tre figli: una bambina di otto anni e due gemelli di sei. La loro scelta educativa, che si allontana dal sistema scolastico tradizionale per abbracciare il metodo dell’“unschooling”, si intreccia con una filosofia di vita che i genitori stessi hanno spiegato, affermando di volersi “liberare dalla tossicità della società moderna”. Una visione che, seppur motivata da un’ideale di purezza, ha spinto la Procura minorile dell’Aquila a richiedere formalmente la sospensione della potestà genitoriale, ritenendo quelle condizioni inadatte alla serena crescita dei minori.

L'episodio scatenante e le condizioni di vita

A innescare un’indagine più approfondita, che ha portato alla richiesta del pm, è stato un evento specifico occorso lo scorso settembre, quando l’intero nucleo familiare è stato ricoverato in ospedale a causa di un’intossicazione da funghi. I funghi, che rappresentavano una risorsa alimentare raccolta direttamente nel bosco che fa da “giardino” alla loro abitazione, hanno reso tangibile il rischio insito in uno stile di vita così radicale. L’episodio, per quanto non abbia avuto esiti tragici, ha messo in luce la precarietà di un’esistenza condotta senza quelle reti di sicurezza che l’ambiente domestico convenzionale, di norma, offre.

I dettagli dell'habitat e la richiesta giudiziaria

La Descrizione dell’abitazione, con le sue crepe e l’assenza di servizi fondamentali, dipinge un quadro di isolamento materiale che va oltre una semplice scelta di frugalità. La procura, concentrandosi esclusivamente sul benessere dei minori, ha visto in questa combinazione di fattori – l’assenza di elettricità, la mancanza di acqua corrente, i danni alla struttura e l’incidente dell’intossicazione – elementi sufficienti per ritenere compromesso l’ambiente di sviluppo dei bambini. La richiesta di allontanamento, quindi, non nasce da un giudizio sulle idee pedagogiche o sullo stile di vita dei genitori, bensì da una valutazione concreta delle condizioni fisiche e igienico-sanitarie in cui i piccoli sono costretti a vivere, un habitat che le autorità giudiziarie considerano potenzialmente pericoloso.

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