Dazi Usa entrano in vigore: dall’Ue al 50% per India e Brasile, Trump annuncia "miliardi in arrivo"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo mesi di annunci, scontri diplomatici e rinvii, i dazi voluti da Donald Trump sulle importazioni statunitensi sono diventati operativi oggi, 7 agosto, segnando una nuova fase nelle relazioni commerciali globali. Le tariffe, che colpiscono oltre 90 Paesi con aliquote differenziate, riflettono la strategia della Casa Bianca di riequilibrare – secondo la sua visione – squilibri commerciali ritenuti penalizzanti per Washington. Sebbene l’amministrazione americana sostenga che tali misure siano giustificate da deficit strutturali, diversi dati economici smentiscono questa lettura, alimentando tensioni con partner storici e emergenti.

Poche ore prima dell’entrata in vigore, Trump ha annunciato su Truth Social l’innalzamento dal 25% al 50% dei dazi sull’India, oltre a un’aliquota del 100% su semiconduttori provenienti da vari Paesi. «I miliardi che finora hanno arricchito altri, spesso a spese degli Stati Uniti, torneranno dove devono stare», ha scritto il presidente, ribadendo una retorica che mescola protezionismo e rivendicazione nazionalista. L’India, insieme al Brasile – anch’esso colpito da aumenti significativi – ha già lasciato intendere possibili ritorsioni, sebbene nessuna azione concreta sia stata ancora formalizzata.

Dall’Europa, intanto, arriva una reazione cauta ma ferma. La Commissione Ue ha espresso l’attesa che Washington uniformi al 15% i dazi su auto, farmaci e componenti tecnologici, come anticipato in precedenti negoziati. «Ci aspettiamo l’attuazione di questi impegni in tempi brevi, ma la tempistica dipende dagli Usa», ha dichiarato il portavoce Olof Gill, sottolineando come Bruxelles sia pronta a una dichiarazione congiunta, ancora in attesa di approvazione americana.

Sul piano politico, le reazioni non si fanno attendere. Alberto Bagnai, economista della Lega, ha accusato l’Ue di aver innescato la crisi con politiche monetarie aggressive: «La svalutazione competitiva dell’euro, protrattasi per un decennio, ha reso inevitabile la risposta di Trump». Una tesi che ignora però il ruolo delle multinazionali americane nel delocalizzare produzione e profitti, uno dei nodi alla base degli squilibri contestati.

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