Il superG delle beffe: Paris tradito dalla sua Stelvio, Franzoni sesto. Von Allmen nella storia dell’Olimpo bianco.

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il tracciato della Stelvio, quel gioiello di ghiaccio e pendenza che a Bormio aveva consacrato Dominik Paris per sette volte trionfatore assoluto tra Coppe e Mondiali, ieri ha voltato le spalle al suo re -3-6. Accade, nello sport come nella meccanica celeste, che un astro finisca per essere eclissato proprio dalla luce che lui stesso ha generato; e così il 36enne altoatesino, appena quindici secondi dopo aver spinto i bastoncini oltre il cancelletto di partenza, si è ritrovato privo dello sci destro — un movimento innaturale del tallone, una vibrazione sulla neve mossa, e poi quel vuoto sotto il piede che trasforma un campione in uno spettatore. Il bronzo della discesa ancora caldo sul petto non ha lenito la frustrazione di chi, sulla pista di casa, vedeva la possibilità del bis dissolversi in un clic secco e inesorabile. Lo sci, racconterà poi l’azzurro con una rabbia trattenuta a stento, non doveva aprirsi così: una frase breve, quasi lapidaria, che pesa più di qualsiasi lunga disamina tecnica.

A tradire Franzoni, invece, non è stato l’attrezzo bensì la materia prima del suo sci. Il 24enne di Manerba, quello che in pochi mesi ha bruciato le tappe da semi-sconosciuto a erede presunto della velocità italiana, ama il ghiaccio vivo, quello che scricchiola sotto gli spigoli e restituisce potenza pura -2. La Carcentina, però, ieri era una pista molle, quasi primaverile, e il suo ritardo di sessantatré centesimi — sei decimi già maturati nel settore centrale — racconta l’impaccio di chi cerca appigli in una superficie che si sfalda. Sesto posto, a trentacinque centesimi dal bronzo di Odermatt, a tredici dall’argento dello statunitense Cochran-Siegle: una classifica che non è una sconfitta ma nemmeno quella medaglia che l’entusiasmo popolare, dopo l’argento in discesa, aveva quasi dato per scontata. Eppure, se si guarda alla cabina di partenza, il suo volto non tradiva rassegnazione, piuttosto la consapevolezza che certe corse si perdono nei dettagli, non nelle prestazioni.

Di tutt’altra consistenza la prova dello svizzero Franjo von Allmen, il quale nel giro di tre giorni ha compiuto quello che soltanto due giganti — Killy e Sailer — avevano realizzato prima di lui: tre ori in tre gare, una tripletta che profuma di leggenda -4. Lo elvetico, classe 2001, ha sciato con la precisione di un metronomo, senza cercare acrobazie ma nemmeno concessioni, e ha imposto alla classifica un margine di tredici centesimi che è parso un abisso. Alle sue spalle, il più quotato Odermatt — reduce da una stagione di dominio assoluto — ha dovuto accontentarsi del bronzo, divorato dall’amarezza di chi insegue l’oro olimpico che continua a sfuggirgli. E mentre gli svizzeri festeggiavano una superiorità schiacciante, ai piedi del podio gli azzurri contavano i millesimi persi e le occasioni mancate: Innerhofer, quarantun anni e una carriera immensa, ha chiuso nono senza mai impensierire la vetta; Casse, diciassettesimo, ha concluso la sua prova con l’anonimato di chi sapeva di partire sfavorito -3.

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