L’oro che manca: la Stelvio tradisce Paris e frena Franzoni, nel SuperG vince ancora von Allmen

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non era la neve compatta e veloce che l’alta Valtellina conosce da sempre, bensì un manto soffice e lento – quasi primaverile, nonostante febbraio – quello che ieri ha accolto i giganti del SuperG maschile sulla pista Stelvio di Bormio; ed è forse in quel cambiamento di consistenza, in quel rovesciamento delle condizioni ideali per chi quella discesa la vive in allenamento ogni inverno, che si è infranta la speranza azzurra di centrare una medaglia che dall’introduzione della specialità, a Calgary 1988, manca inspiegabilmente all’albo olimpico maschile. Perché se è vero che la domenica precedente il bronzo di Dominik Paris in discesa e l’argento di Giovanni Franzoni nella combinata a squadre avevano illuso il pubblico di casa, il verdetto del cronometro al termine della gara di ieri è parso invece spietato nel ridimensionare ogni ambizione di bis.

L’elvetico Franjo von Allmen, ventiquattrenne dalla progressione tecnica impressionante, ha infatti firmato il terzo sigillo personale in cinque giorni – dopo l’oro in discesa e il successo nella combinata – imponendosi con il tempo di 1’25”32, una prestazione che lo proietta di diritto nell’albo ristretto dei fuoriclasse capaci di dominare una singola edizione dei Giochi -1-9. Alle sue spalle, argento per lo statunitense Ryan Cochran-Siegle – argento già a Pechino 2022, nonché erede di una dinastia dello sci che annovera il Titolo materno del 1972 – e bronzo per l’altro svizzero Marco Odermatt, il gigantista plurititolato che sulla Stelvio ha raccolto soltanto briciole rispetto all’attesa che lo circondava, complice una prestazione priva di guizzi e un’espressione corrucciata all’arrivo, quasi a certificare il disagio di chi il podio lo accetta ma la sconfitta la digerisce male -5-9.

E l’Italia? L’Italia si è fermata a guardare lo sci giusto, quello preciso e senza tentennamenti, mentre Franzoni – il predestinato di Marebbe che in questa stagione aveva imparato a vincere quasi per abitudine – chiudeva sesto con un ritardo di sessantatré centesimi, una distanza che sulla carta parrebbe esigua ma che nella dinamica della gara ha assunto i contorni di un abisso tecnico -3-6. Lui stesso, al microfono di Sky Sport, ammetterà di non essere riuscito a interpretare quella neve fuori standard: troppo molle, troppo diversa da quella che gli aveva regalato le vittorie in Coppa, quasi una lingua straniera per uno scafandro ancora giovane ma già chiamato a tradurre la pressione in risultato -10.

Più amaro, se possibile, il verdetto per Dominik Paris. Il trentaseienne altoatesino – bronzo in discesa, sette volte trionfatore sulla pista di casa – ha visto la sua gara spegnersi dopo appena sei porte, tradito dall’attacco dello sci destro che, in un tratto di neve mossa, ha ceduto senza apparente spiegazione meccanica -2-7. La caduta, più che un incidente di percorso, ha avuto il sapore di un paradosso: proprio l’uomo che più di ogni altro aveva domato la Stelvio si è ritrovato a osservarla dal ciglio della pista, incredulo, con il volto di chi non trova risposte. «O si è rotto qualcosa nell’attacco, altrimenti è difficile da capire», spiegherà poi, asciugando la rabbia con la consapevolezza di chi, nonostante tutto, lascia i Giochi con una medaglia al collo e la certezza di aver realizzato ciò che inseguiva da una vita -7.

Il peso dell’eredità e la maledizione del SuperG

L’assenza di un metallo olimpico nel SuperG maschile comincia a somigliare a un’anomalia statistica difficile da spiegare con la sola tecnica. Perché l’Italia ha sfornato in questi decenni discesisti puri, gigantisti di livello, interpreti della velocità di caratura mondiale, eppure nella specialità ibrida per antonomasia – quella che combina la tensione della discesa con la geometria dello slalom – il podio è rimasto un miraggio -3. Christof Innerhofer, undicesimo, e Mattia Casse, ventiquattresimo, non hanno mai realmente lottato per le posizioni che contano, e il loro distacco – superiore al secondo per Innerhofer, oltre i due secondi per Casse – ha semmai confermato quanto la squadra azzurra fatichi a esprimere competitività quando il tracciato impone un mix di curvatura e planarità -6.

Von Allmen nella storia, Odermatt alla ricerca del riscatto

Se per l’Italia il SuperG si tinge di grigio, per la Svizzera assume invece i colori dell’epica. Franjo von Allmen, che fino a poche settimane fa era considerato una promessa e non ancora una certezza, ha infilato tre ori in tre uscite consecutive, eguagliando nell’albo d’oro individuale i mostri sacri Toni Sailer e Jean-Claude Killy -9. Il suo stile, fluido ma potentissimo, ha annichilito concorrenti ben più titolati, Odermatt in primis: il quattro volte vincitore della Coppa del Mondo si è piegato ancora una volta al compagno di squadra, raccogliendo un bronzo che sulla carta arrotonda il medagliere ma nella sostanza rappresenta l’ennesima occasione mancata per quel sigillo olimpico che nel gigante di sabato prossimo potrebbe infine arrivare -5-8.

Il rammarico e la freddezza del cronometro

Il tifo assiepato lungo i tornanti della Stelvio ha provato a spingere gli azzurri oltre il limite, ma il limite, ieri, era segnato da una neve insolita e da un’attrezzatura traditrice. Franzoni, sesto, ha parlato di lezione da imparare; Paris, uscito, ha preferito guardare al bronzo già incassato piuttosto che all’opportunità sfumata -7-10. Resta, per l’Italia dello sci maschile, la consapevolezza che il SuperG olimpico continua a resistere – testardo, quasi dispettoso – a ogni tentativo di conquista. E che la pista di casa, a volte, sa essere più matrigna che madre.

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