Alta tensione a Montecitorio, le opposizioni bloccano la conferenza dei neofascisti
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Redazione Interno
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Un muro compatto di parlamentari dell’opposizione – tra cui Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa e Azione – ha occupato fisicamente la sala delle conferenze stampa a Montecitorio, impedendo lo svolgimento di un incontro organizzato dal leghista Domenico Furgiuele. L’appuntamento, che aveva suscitato aspre polemiche fin dalla convocazione, vedeva infatti tra i protagonisti esponenti di formazioni dell’estrema destra radicale, con un ruolo di primo piano per Casapound. Quella che, nelle intenzioni del deputato vicino a Roberto Vannacci, doveva essere una tribuna per il comitato “Remigrazione e riconquista” si è dunque trasformata in una lunga e tesa bagarre, punteggiata da urla e proteste, mentre i giornalisti accalcati cercavano di seguire gli sviluppi di una mattinata che ha scavato un solco profondo nell’aula di Palazzo Montecitorio.
Il blitz e la ressa nei corridoi
La strategia delle opposizioni, decise a non concedere spazi istituzionali a quelle realtà, è stata dichiarata e attuata senza esitazioni: l’occupazione preventiva dei sedili ha di fatto reso inagibile la sala. Tentativi di ingresso laterale da parte degli invitati, tra i quali spiccava il leader di Casapound Luca Marsella, sono stati neutralizzati dalla presenza dei deputati schierati all’entrata. Accanto a Marsella, figuravano esponenti di gruppi come il Veneto Fronte Skinhead – il cui logo, è stato notato, utilizza una grafica che ricorda quella delle SS –, la Rete dei Patrioti e rappresentanti di altre sigle della destra oltranzista. In quel frangente, Marsella ha lanciato accuse gravissime, definendo l’antifascismo “una mafia”, parole che hanno ulteriormente alimentato la tensione già palpabile nei corridoi.
La replica e le parole di Furgiuele
Dinanzi al picchetto parlamentare che gli sbarrava la strada, il deputato leghista Furgiuele ha reagito con irritazione, ma senza riuscire a ribaltare l’esito dell’azione di protesta. Interpellato sulle dichiarazioni e sulla natura degli organizzatori, ha offerto risposte elusive, commentando con una certa vaghezza le autodefinizioni dei gruppi coinvolti. “Si dichiarano fascisti del terzo millennio? Si dicono tante cose…”, ha affermato, senza approfondire ulteriormente la questione di fondo sollevata dalle opposizioni, le quali ritenevano inaccettabile legittimare, all’interno della Camera, soggetti che si richiamano esplicitamente al neofascismo e i cui simboli evocano pagine buie della storia.
La decisione del presidente Fontana
A chiudere definitivamente la vicenda, in una sorta di atto risolutivo dopo ore di stallo, è stato infine il presidente della Camera Lorenzo Fontana. Il esponente della Lega, valutando la situazione di estrema tensione creatasi, ha esercitato le sue prerogative vietando lo svolgimento della conferenza stampa “per motivi di ordine pubblico”. Una decisione che ha comportato, in seguito, anche il divieto di ingresso per gli ospiti dei parlamentari, decretando il totale fallimento dell’iniziativa. La scelta, sebbene proveniente da un presidente di partito che condivide la stessa appartenenza politica del proponente, ha dunque posto un argine istituzionale a un evento già sostanzialmente bloccato dalla protesta democratica.
Le immediate conseguenze politiche
La reazione non si è fatta attendere dal fronte dell’estrema destra. Roberto Vannacci, generale le cui posizioni sono spesso al centro del dibattito politico, ha parlato in serata di “morte della democrazia”, annunciando un appello al presidente della Repubblica. La giornata, al di là delle dichiarazioni più roboanti, ha però mostrato con chiarezza la linea di demarcazione esistente in Parlamento rispetto all’utilizzo dei suoi spazi. L’episodio, del resto, ha trascinato con sé il peso di simboli storici, come quello di Giacomo Matteotti, la cui memoria è stata evocata idealmente durante la protesta, a ricordare i valori antifascisti su cui poggia la Repubblica.




