Il caso Pucci e la satira come terreno di scontro: Conti si difende, Fabbri tira in ballo la premier
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Carlo Conti, giunto alla sua seconda conduzione consecutiva del Festival dopo il lungo ciclo di Amadeus e fermamente intenzionato a non replicare l’esperienza, come lui stesso aveva dichiarato mesi fa a proposito della fatica legata alla direzione artistica, ha dovuto affrontare una bufera che non aveva messo in preventivo -8. Ospite di Fiorello a La Pennicanza su Radio2, il direttore artistico ha rotto il silenzio sulla rinuncia di Andrea Pucci, avvenuta dopo l’annuncio della sua partecipazione alla terza serata dell’edizione 2026; un passo indietro dettato, secondo la versione ufficiale del comico milanese, da una valanga di insulti e minacce rivolte non solo a lui ma anche ai familiari, una piega che lo ha lasciato «esterrefatto e amareggiato» -1-9.
«Non pensavamo di scatenare un affare di Stato», ha ammesso Conti, spiegando la genesi di una scelta che definisce esclusivamente artistica: Pucci riempie i teatri, ha detto, e dal canto suo – da profano dichiarato della rete e delle sue dinamiche – ammette di non guardare ciò che un comico scrive sui social. È un’ammissione di metodo che, nelle settimane precedenti al Festival in programma dal 24 al 28 febbraio, ha finito per rivelarsi una falla. Perché il caso non è rimasto confinato alle cronache dello spettacolo, ma è rapidamente valicato il portone del Teatro Ariston per approdare in quelle istituzionali di Palazzo Chigi.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, seconda carica dello Stato, ha espresso solidarietà pubblica all’artista, sollevando il tema di un clima intimidatorio che, a suo dire, nel 2026 costringerebbe un professionista a rinunciare al lavoro a causa delle proprie idee politiche -9. Un intervento che ha immediatamente incrociato un’altra vicenda giudiziaria ancora in corso, quella che vede opposto il comico Daniele Fabbri – in arte, per chi lo ricorda dalle sue battaglie passate, Daniele Luttazzi – proprio alla premier -10. Fabbri, infatti, è stato querelato dalla Meloni per uno sketch del 2021 in cui, commentando gli insulti sessisti subiti dall’allora esponente di Fratelli d’Italia, le attribuiva ironicamente epiteti infantili come «puzzona» o «caccolosa»; una difesa paradossale, la sua, che oggi si trasforma in un atto d’accusa per una richiesta di risarcimento da ventimila euro -3.
La sovrapposizione tra i due casi, per quanto giuridicamente distinti, diventa ora il prisma attraverso cui leggere il polverone sanremese. «Meloni parla di deriva illiberale per Pucci, ma ha querelato me per una battuta», ha dichiarato Fabbri, riaccendendo i riflettori su un’udienza che a novembre ha visto la giudice chiedere all’avvocato della presidenza del Consiglio se intendesse realmente procedere. La risposta è stata affermativa, e ora si attende il dibattimento.
Il giudizio tagliente di Osho: «Nelle sue battute non c’è arte, ma non doveva ritirarsi»
A contribuire alla complessità del dibattito, intervenendo con il consueto straniamento, è stato Federico Palmaroli, vignettista noto al grande pubblico come Osho. Pur riconoscendo a Pucci la difficoltà umana di salire su un palco dopo essere stato «imboccato di polemiche», la sua analisi sulla sostanza della comicità del collega è spietata: «Nelle battute di Pucci non c’è arte. È l’uomo che ha parlato, non lo stand up comedian. Sembrano insulti da bar» -4. Palmaroli ha sostenuto che, al di là della gogna, l’errore strategico sia stato quello di abdicare: la scelta migliore sarebbe stata presentarsi ugualmente all’Ariston, proprio per non creare un precedente pericoloso per chiunque venga bersagliato dalla prima critica social. La sua provocazione, declinata nello stile del referendum, è quella di separare concettualmente la carriera del comico da quella del co-conduttore: un escamotage ironico che fotografa però la difficoltà di distinguere, oggi, tra il ruolo istituzionale del palco e la libertà totale – e spesso greve – della battuta serale.
Le battute della discordia e il nodo della satira politica
Il repertorio che è costato la poltrona a Pucci non appartiene, infatti, alla satira politica sofisticata. Si tratta, piuttosto, di un umorismo che lui stesso definisce «di pancia» e che gli è valso la nomea di «comico di destra», un’etichetta che non ha mai smentito. I tormentoni ripescati dalla rete e riportati alla luce dopo l’annuncio della conduzione raccontano di attacchi all’aspetto fisico della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein – «dentista e orecchie?» – e di una battuta a sfondo omofobo rivolta all’influencer Tommaso Zorzi durante l’era dei tamponi Covid, quella che la Commissione di Vigilanza Rai definì «un tripudio di volgarità» -9. Lo stesso Pucci, nel fare marcia indietro, ha dichiarato di non odiare nessuno, negando l’accusa di omofobia e razzismo e auspicando che il termine «fascista» – epiteto che gli è stato ripetutamente rivolto – possa scomparire dal vocabolario -1.
L’intreccio tra i tre piani – la débâcle organizzativa di Conti, la querela subita da Fabbri e la solidarietà istituzionale della premier a Pucci – restituisce la fotografia di un Paese in cui la satira, o ciò che oggi viene fatto passare per tale, è ormai stabilmente un terreno di scontro politico, anziché una semplice variabile dello spettacolo leggero.




