L'Europa apre le porte ai talebani. E le donne afghane pagano il conto

L'Europa apre le porte ai talebani. E le donne afghane pagano il conto
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una delegazione di cinque rappresentanti del governo talebano è stata ricevuta a Bruxelles dalla Commissione europea e da quindici Stati membri per discutere di rimpatri. Ufficialmente si tratta di "colloqui tecnici"; nei fatti, è la prima volta che l'Unione ospita ufficialmente gli emissari di Kabul da quando il regime è tornato al potere nel 2021, un evento che appare come l'ennesima dimostrazione di quanto i principi dell'Occidente possano diventare negoziabili quando entrano in gioco gli interessi geopolitici e la pressione migratoria.

L'incontro di Bruxelles e lo scudo dell'ipocrisia

Il 23 giugno, una delegazione guidata dal portavoce del ministero degli Esteri talebano, Abdul Qahar Balkhi, ha tenuto colloqui a porte chiuse con funzionari europei. L'incontro, co-presieduto dalla Commissione e dalla Svezia, ha fatto seguito a un primo contatto tecnico avvenuto a Kabul lo scorso gennaio.

A ospitare i talebani è stato il Belgio, che nella sua veste di paese ospitante le istituzioni europee ha concesso visti della durata di un giorno, validi esclusivamente per il proprio territorio e non per l'area Schengen, dopo aver effettuato una valutazione di sicurezza. La posizione di Bruxelles è quanto meno ipocrita: i rimpatri sono di competenza degli Stati membri, ma la Commissione europea può "aiutarli e coordinarli", favorendo i contatti "a livello tecnico" con Kabul, come ha spiegato il portavoce Markus Lammert.

Il prezzo della normalizzazione: i diritti negati

La scelta di negoziare con un regime non riconosciuto a livello internazionale e colpevole di aver istituito un sistema di apartheid di genere ha suscitato un coro di critiche. Da quando sono tornati al potere, i talebani hanno progressivamente cancellato le donne dalla vita pubblica, impedendo alle ragazze l'accesso all'istruzione oltre le scuole elementari, vietando loro la maggior parte dei lavori e imponendo severe restrizioni alla libertà di movimento e di espressione.

"I paesi dell'UE stanno minando la loro credibilità condannando gli abusi dei talebani da un lato e collaborando con loro per il rimpatrio forzato degli afghani dall'altro", ha dichiarato Fereshta Abbasi di Human Rights Watch. La premio Nobel Malala Yousafzai ha definito l'incontro "profondamente sconvolgente", affermando che "l'Europa non deve legittimare un regime responsabile di una delle peggiori crisi dei diritti umani al mondo".

La spinta al rimpatrio tra opportunismo politico e diritti calpestati

L'iniziativa europea nasce da una pressione politica senza precedenti: una lettera firmata da venti Stati membri, tra cui Germania, Austria e Belgio, ha chiesto alla Commissione di coordinare i contatti con i talebani per accelerare le espulsioni di migranti afghani senza diritto di soggiorno, in particolare coloro che hanno commesso reati o sono considerati una minaccia per la sicurezza.

Dietro questa richiesta c'è una cifra che fa riflettere: tra il 2013 e il 2024, i paesi dell'UE hanno ricevuto circa un milione di richieste di asilo da parte di cittadini afghani, ma solo la metà sono state accolte. Gli attivisti denunciano il paradosso di un'Europa che si appresta a rispedire persone in un paese in piena crisi umanitaria, dove quasi la metà della popolazione soffre la fame e dove i rimpatriati rischiano di finire nelle mani di un apparato repressivo che non garantisce alcuna tutela.

Un precedente pericoloso per i rifugiati politici

La vicenda solleva un interrogativo di fondo, quello che, tra gli altri, pone la deputata Federica Finotto nel suo intervento, chiedendosi se esistano ancora i rifugiati politici e definendo l'accordo in discussione "un patto della vergogna". A preoccupare gli osservatori è soprattutto l'effetto valanga: se l'UE apre la strada alle espulsioni per i cosiddetti "reatori", il passo verso un rimpatrio di massa di tutti gli afghani senza permesso di soggiorno potrebbe essere breve.

L'aver concesso un visto e un tavolo di confronto a un regime che nega i diritti più elementari rappresenta una frattura profonda con i valori che l'Unione dice di voler difendere, e rischia di trasformare la disperazione di chi è fuggito dalla guerra in una pedina di una partita geopolitica giocata all'insegna del più cinico realismo.

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