Crosetto sulla leva volontaria, il Parlamento diventa l'arena dello scontro

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenendo da Parigi dopo un colloquio con l'omologa francese, ha sollevato la questione di un possibile aggiornamento del sistema di difesa nazionale, inserendosi in un dibattito che coinvolge diversi partner europei. "Penso che se la visione che noi abbiamo del futuro è una visione nella quale c'è minore sicurezza, una riflessione sul numero delle forze armate, sulla riserva che potremmo mettere in campo in caso di situazioni di crisi, va fatta", ha dichiarato, lasciando intendere che un modello di servizio militare su base volontaria, similmente a quanto annunciato dalla Francia e già praticato in Germania, potrebbe essere all'esame del governo. Crosetto, tuttavia, ha voluto rimarcare con chiarezza che le eventuali regole per una simile iniziativa, la quale si porrebbe l'obiettivo di potenziare gli organici, dovrebbero necessariamente "nascere in Parlamento", attribuendo dunque all'assemblea legislativa la piena sovranità decisionale in materia.

La replica stizzita del Movimento 5 Stelle

La sola menzione di un potenziale ritorno a forme di leva, seppur volontaria, ha scatenato l'immediata reazione del Movimento 5 Stelle, il quale, attraverso le voci dei capigruppo delle Commissioni Difesa di Camera e Senato, ha bollato le uscite di Crosetto come "improvvide". La loro controproposta, delineata in una nota ufficiale, si concentra sulle carenze di organico nelle forze di polizia esistenti, suggerendo che le energie del governo dovrebbero essere indirizzate verso il reclutamento di "almeno 25 mila tra carabinieri e poliziotti" piuttosto che verso l'arruolamento di "altri 30 mila soldati" che, a loro dire, servirebbero a prepararsi a un conflitto con la Russia. Una posizione, questa, che sposta il baricentro del dibattito dalla sicurezza esterna a quella interna, considerata forse più urgente e tangibile per i cittadini.

L'attacco frontale di Giuseppe Conte

A inasprire ulteriormente il tono della polemica è intervenuto l'ex presidente del Consiglio e leader del M5S, Giuseppe Conte, il quale, in un'intervista televisiva, ha imputato al ministro una deriva bellicista. "Ai nostri giovani offriremo stipendi sicuri solo nell'esercito?", si è chiesto retoricamente, aggiungendo che l'intenzione di portare una proposta in Aula equivalga a un passo verso l'invio dei "nostri giovani in guerra". Conte, rivendicando per sé un ruolo di preveggenza, ha poi affermato: "Sono stato un profeta, mio malgrado: da tempo dico 'guardate che se si programma un piano di riarmo, di buttare centinaia di miliardi nelle spese militari, poi vedrete che si porrà il problema di rafforzare il nostro esercito'". Dichiarazioni che, oltre a contestare il metodo, mettono in discussione la stessa filosofia di fondo di un potenziamento militare.

Il quadro di un confronto destinato a durare

La discussione, nata da una valutazione di carattere strategico, si è così rapidamente trasformata in uno scontro politico dai toni accesi, che prefigura un iter parlamentare complesso per qualsiasi futura proposta. Mentre l'esecutivo, attraverso le parole del ministro, sembra voler aprire una riflessione tecnica sulla composizione delle forze armate in uno scenario internazionale mutato, l'opposizione di quel segmento politico coglie l'occasione per costruire una narrativa di contrasto, dipingendo l'ipotesi come un pericoloso azzardo. La materia, per sua natura delicata e legata a scelte di sovranità, si appresta dunque a diventare un terreno di scontro sistematico, dove le diverse visioni del Paese e della sua sicurezza, interna ed esterna, si misureranno senza esclusione di colpi.

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