L’hantavirus a bordo della Mv Hondius: tre morti e un focolaio sotto osservazione nell’Atlantico
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Redazione Salute
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L’emergenza sanitaria che ha trasformato una traversata di piacere in un incubo è esplosa silenziosamente nell’aria viziata di una stiva o forse, come suggeriscono gli epidemiologi, in un contatto banale con una superficie contaminata, e ora l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha assunto il coordinamento delle indagini. Il focolaio, scoppiato sulla nave da crociera Mv Hondius battente bandiera olandese, ha già causato tre vittime accertate e tiene in sospeso le sorti di altri tre contagiati, tra cui due membri dell’equipaggio, mentre il natante resta bloccato al largo di Capo Verde nell’Oceano Atlantico.
Un patogeno che attacca i vasi sanguigni
L’attenzione globale si è concentrata sull’hantavirus, un patogeno che colpisce in modo aggressivo l’endotelio vascolare alterandone la permeabilità, un meccanismo letale che, come dimostrano gli ultimi casi a bordo, può portare a disfunzioni polmonari e renali irreversibili. Non si tratta di un comune virus influenzale: la sua particolarità risiede nella capacità di danneggiare il tessuto che riveste l’interno dei vasi sanguigni, causando perdite di liquidi nei tessuti e compromettendo la pressione sanguigna. Nel contesto isolato della Mv Hondius, salpata circa tre settimane fa da Ushuaia in Argentina con destinazione le isole Canarie, questa caratteristica si è rivelata una trappola mortale, trasformando quella che doveva essere una vacanza di lusso in un’inchiesta a cielo aperto per i medici dell’Oms.
La dinamica dei contagi e il quadro clinico
Le modalità di trasmissione del virus, che solitamente avviene per via aerea attraverso l’inalazione di particelle di polvere contaminate da feci o urina di roditori, pongono interrogativi complessi sulla catena dei contagi all’interno della nave, dove la presenza di tali vettori è tecnicamente possibile ma ancora tutta da dimostrare. Tra i decessi spicca il dramma di una coppia di anziani: il primo a soccombere è stato un uomo di 70 anni, il cui è stato recuperato nel territorio britannico di Sant’Elena; sua moglie, dopo essere svenuta in un aeroporto in Sudafrica mentre cercava di rimpatriare nei Paesi Bassi, è deceduta poco dopo. Quest’ultimo dettaglio – il malore in una struttura aeroportuale – suggerisce ai virologi che l’infezione fosse già in fase avanzata, caratterizzata dai classici sintomi della sindrome respiratoria acuta che passano rapidamente dalla febbre alla dispnea severa. Le altre tre persone colpite, attualmente in condizioni critiche, ricevono cure mentre le autorità capoverdiane, come dichiarato dall’operatore Oceanwide Expeditions, non hanno ancora concesso l’autorizzazione allo sbarco per chi necessita di assistenza medica.
L’indagine dell’Oms e le difficoltà operative
L’intervento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha avviato un’indagine epidemiologica approfondita per tracciare l’origine del cluster, si scontra con le difficoltà logistiche imposte dal diritto marittimo e dalla sovranità degli stati costieri. L’Mv Hondius, attualmente monitorato da Marine Traffic, rimane quindi in una sorta di limbo giuridico-sanitario: a bordo persistono le fonti di contagio, perché l’isolamento dei malati in cabina potrebbe non essere sufficiente a fermare la propagazione di un virus che, come noto, può sopravvivere nell’ambiente per ore. Finché non sarà concesso lo sbarco, i medici dovranno gestire l’emergenza con le risorse di bordo, in una corsa contro il tempo che vede contrapposti la progressione della sindrome respiratoria e la resilienza dell’equipaggio.




