Lula offre una jabuticaba a Trump, ma il Brasile accusa: "Dazi come metodo mafioso"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva cerca di stemperare la crisi commerciale con un gesto simbolico — l’offerta di una jabuticaba, frutto endemico del suo Paese — l’ex ministro degli Esteri Aloysio Nunes non usa mezzi termini per definire la strategia di Donald Trump: «Si comporta come un mafioso». La tensione tra i due governi è esplosa dopo l’annuncio, da parte della Casa Bianca, di dazi del 50% sulle esportazioni brasiliane, una mossa che Nunes, che guidò la diplomazia sotto Michel Temer, interpreta come un tentativo di indebolire Lula per favorire l’ex presidente Jair Bolsonaro.

La lettera inviata da Trump a Brasilia, sebbene formalmente incentrata su squilibri commerciali, è stata accolta come un atto politicamente motivato. «Sfrutta il commercio per esercitare pressioni», osserva Nunes, sottolineando come il timing coincida con un momento di fragilità interna per il governo di centrosinistra. Da Washington, intanto, circolano indiscrezioni secondo cui l’1 agosto potrebbe segnare l’inizio effettivo delle nuove tariffe, senza ulteriori proroghe. «Si inizia», ha confermato Steve Bannon, ex stratega della campagna trumpiana del 2016, mentre alcuni funzionari — in anonimato — ammettono che il presidente, spesso accusato di ritirarsi all’ultimo momento (il soprannome "Taco", acronimo di Trump Always Chickens Out, lo perseguita), sembra determinato a procedere.

Lula, dal canto suo, prova a disinnescare lo scontro con una mossa mediatica: nel video diffuso dai suoi uffici, appare mentre coglie personalmente la jabuticaba, metafora di un Brasile che resiste nonostante le pressioni. Ma il gesto, pur suggestivo, difficilmente cambierà le carte in tavola. A Washington, l’atteggiamento di Trump suscita preoccupazioni trasversali: «Quando credi che abbia finito, tira fuori il bazooka», commenta un diplomatico europeo, paragonando la sua escalation a quella di Mario Draghi durante la crisi dell’euro. Intanto, i mercati tremano: se l’inflazione sembra sotto controllo, il rischio recessione — alimentato proprio dalle guerre commerciali — rimane un’incognita concreta.

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