Wish You Were Here, cinquant'anni dopo il diamante folle dei Pink Floyd
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mezzo secolo è trascorso dalla pubblicazione di "Wish You Were Here", nono album in studio dei Pink Floyd, un'opera profondamente intrisa del genio e della parabola tragica di Syd Barrett. Carismatico fondatore e anima creativa del gruppo, nonché principale autore del primo, visionario disco "The Piper at the Gates of Dawn" del 1967, Barrett vide il suo equilibrio psichico compromettersi irreparabilmente sul finire di quel decennio, a causa di un massiccio consumo di droghe. La follia di cui la band cantava non era, dunque, un mero costrutto astratto ma un'esperienza diretta e dolorosamente vissuta.
Le registrazioni dell'album, avviate all'inizio del 1975, affondavano le radici in un lavoro compositivo iniziato ben due anni prima. Nel 1973, infatti, mentre erano in tour per promuovere quello che molti considerano il loro "capolavoro perfetto", "The Dark Side of the Moon", i Pink Floyd proposero dal vivo tre brani inediti. Tra questi, "Raving and Drooling" – antesignano di "Sheep", futuro singolo iconico di "Animals" –, "You Gotta Be Crazy", che sarebbe poi diventato "Dogs", e, soprattutto, "Shine On You Crazy Diamond", tributo musicale allo stesso Barrett.
Proprio "Shine On You Crazy Diamond", poi incisa in due distinte parti, divenne la colonna portante di "Wish You Were Here", un lavoro che, sebbene non abbia mai eguagliato il successo commerciale stratosferico del suo predecessore, ne ha ereditato e anzi approfondito la profondità concettuale. L'album, che si articola in cinque tracce, resta una pietra miliare nella discografia del gruppo, capace di fondere la sperimentazione sonora con una vena di malinconia e di umana compassione.




