La fusione nucleare cerca casa a Wall Street: l’operazione di Trump e la fame di energia dell’AI cambiano le regole del gioco
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Redazione Economia
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Il vecchio adagio secondo cui la fusione nucleare è una tecnologia sempre “a vent’anni di distanza” dall’essere realizzata potrebbe finalmente essere smentito, se non altro dalla rapidità con cui i capitali privati stanno ridisegnando i confini del settore. L’ondata di annunci che ha caratterizzato le ultime settimane del 2025 e l’inizio del 2026, del resto, racconta di una vera e propria corsa alla quotazione in borsa, con operazioni che intrecciano la finanza più tradizionale con le nuove esigenze energetiche dei colossi dell’intelligenza artificiale, il tutto sullo sfondo di un rinnovato interesse istituzionale che vede il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca come un potenziale catalizzatore -7.
A sorprendere gli analisti, prima ancora dei dati tecnici, è stata la mossa di Trump Media & Technology Group, la società proprietaria del social network Truth Social, che poco prima di Natale ha annunciato una fusione dal valore superiore ai sei miliardi di dollari con TAE Technologies, una delle realtà più longeve e capitalizzate nel campo della fusione -2-9. Un’operazione, strutturata interamente tramite scambio di azioni, che porterà alla creazione di un nuovo soggetto quotato destinato a occuparsi della costruzione della prima centrale a fusione su scala industriale, con l’obiettivo dichiarato di avviare i lavori per un impianto da 50 megawatt già nel corso di quest’anno -2-9. Non si tratta, però, di un caso isolato. Pochi giorni fa, infatti, è arrivata la conferma del prossimo sbarco al Nasdaq della canadese General Fusion, che ha scelto la via della fusione con una SPAC, la Spring Valley Acquisition Corp. III, in un’operazione da circa un miliardo di dollari che dovrebbe concretizzarsi entro la metà del 2026 -3-10.
Questa improvvisa accelerazione verso i mercati azionari, che vede le aziende del settore cercare finanziamenti ben al di là del tradizionale venture capital, è strettamente legata a una domanda. Una domanda, per la precisione, che arriva dai giganti del web e che riguarda la quantità spropositata di elettricità necessaria ad alimentare i nuovi data center per l’intelligenza artificiale. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, infatti, il consumo elettrico di queste infrastrutture potrebbe superare i 1.000 terawattora entro l’anno, una cifra paragonabile al fabbisogno di un intero paese industrializzato come il Giappone -7. Una voracità energetica che sta spingendo aziende come Google, che già figura tra gli investitori di TAE, o Microsoft a firmare accordi di acquisto di energia (PPA) con le startup della fusione, ben sapendo che i reattori non saranno pronti prima della prossima decade, ma con l’esigenza di garantirsi una priorità sull’energia prodotta -7-9.
Parallelamente alla febbre da quotazione, prosegue il lavoro nei laboratori e nei cantieri, con piani industriali che si fanno sempre più dettagliati. Eni, che rimane il primo investitore di Commonwealth Fusion Systems (CFS), la società nata da una costola del Mit di Boston, continua a scommettere sulla tabella di marcia che dovrebbe portare all’accensione del reattore dimostrativo Sparc entro il 2027, per poi passare al reattore commerciale Arc da 400 megawatt, la cui entrata in funzione in Virginia è attesa per i primi anni Trenta -1-4. Un progetto ambizioso a cui stanno lavorando anche colossi come Nvidia e Google DeepMind, chiamati a sviluppare gemelli digitali della macchina e a simulare il comportamento del plasma, contribuendo a ridurre i tempi della sperimentazione -1.
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