L’ombra di “Spadino”: tra intercettazioni raccapriccianti e la siringa nella divisa, la difesa parla di “gergo riprovevole”
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Redazione Interno
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Forlì. Nella camera blindata del gip, il ventisettenne soccorritore della Croce Rossa, accusato di aver trasformato un’ambulanza in un luogo di morte per sei anziani, ha incontrato i magistrati con la schiena dritta e la coscienza – almeno stando alle parole del suo legale – “serena”. Luca Spada, finito in carcere per l’omicidio volontario dell’ottantacinquenne Deanna Mambelli e indagato per una scia di altri cinque decessi avvenuti durante i trasferimenti sanitari, respinge ogni addebito. Eppure, mentre il gip valutava le sue spiegazioni, in tribunale e sugli schermi televisivi emergeva un quadro investigativo ben più articolato: quello di un operatore che, secondo una collega, avrebbe avuto una “buona capacità di manipolare”, capace di far tenerezza anche a chi lo ritiene un possibile assassino.
L’avvocato Marco Martines, uscendo dal palazzo di giustizia di Forlì, ha tentato di smontare il peso probatorio di quelle conversazioni intercettate in cui Spada – soprannominato “Spadino” negli ambienti del volontariato – scherzava sulla morte dei pazienti. “Io sono abituato a un gergo in certi ambienti di lavoro”, ha dichiarato il difensore, ammettendo che si tratta di un linguaggio “sgradevole” e “riprovevole”, ma che a suo dire non rappresenta la reale essenza del suo assistito, un ragazzo che da quattordici anni “non fa che servire gli altri”. Secondo questa linea difensiva, quella che per l’accusa è la spietata crudeltà di chi conta i cadaveri sarebbe solo una forma di cinismo professionale, una banalizzazione del dramma necessaria per sopportare lo stress del mestiere.
Ma le carte dell’inchiesta dipingono una realtà che stride violentemente con questa ricostruzione. Per i magistrati, non si tratta semplicemente di “parolacce” tra colleghi. Nelle intercettazioni, Spada non si limita a usare un turpiloquio fuori luogo; pianifica quasi con un certo orgoglio la sua presenza sul luogo del decesso. “È vecchia, obesa e con tante patologie. Giustamente deve morire”, si sente dire in una delle captazioni, mentre in un’altra conversazione con la compagna, dopo aver annunciato di aver “fatto due morti”, lei gli chiede se abbia lasciato il “biglietto da visita”, un chiaro riferimento ai presunti contatti con agenzie di pompe funebri. Emerge così il sospetto di un movente lucido, legato a presunti giri di affari salma, sebbene siano ancora in corso accertamenti su questi intrecci.
A rompere l’alone di “insospettabile” che lo circondava è stata la testimonianza coraggiosa di una sua collega, andata in onda proprio nella serata di mercoledì nel servizio de “Le Iene”. La donna, autista di ambulanza come lui, ha raccontato di aver notato un’anomalia statistica inquietante: nei suoi dieci anni di servizio non le era mai capitato di assistere a certi decessi, mentre con Spada erano diventati una costante. Insospettita, ha frugato nella divisa dell’indagato, trovandovi una siringa senza ago e senza confezione. Un ritrovamento, questo, che si ripete in un secondo episodio legato al trasporto della Mambelli, dove un’altra operatrice rinvenne una siringa con l’ago ancora coperto dal tappino, gettata con noncuranza nel vano della barella.
La dinamica del sospetto e l’arma del silenzio
L’ipotesi investigativa, suffragata dai primi riscontri autoptici sulla Mambelli che hanno evidenziato masse d’aria nel sistema circolatorio, è che l’autista approfittasse della solitudine nel vano sanitario – magari chiudendo il vetro divisorio o spegnendo le luci per non essere visto dallo specchietto – per iniettare aria nelle vene dei pazienti, provocando un’embolia fatale. La collega che ha parlato in tv lo ha descritto come un manipolatore capace di suscitare tenerezza, una caratteristica che forse gli ha permesso a lungo di eludere i controlli.
Di fronte a queste evidenze, il legale Martines ha ribadito che il suo assistito è “innocente” e che in carcere è entrato da “eroe dell’alluvione”, un uomo abituato a sacrificarsi per il prossimo. Ha lasciato intendere che il giovane potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere, chiudendosi in un silenzio che rischia però di alimentare ulteriormente lo sconcerto. Se da un lato la difesa invita a distinguere tra la persona reale e il “gergo da barelliere”, dall’altro le siringhe trovate nelle tasche e i contatti con gli impresari funebri raccontano una storia che nessun vocabolario dialettale del soccorso può normalizzare.




