Morti in ambulanza a Forlì, l’autista Luca Spada si sarebbe autoprovocato un’embolia nel bagno dell’ospedale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nell’autunno del 2025, quando ancora il suo nome non era stato trascritto nel registro degli indagati della Procura di Forlì, Luca Spada – autista soccorritore della Croce Rossa – era già finito nel mirino degli inquirenti per una serie di morti sospette, tutte verificatesi in corrispondenza di trasporti secondari. Un alone di mistero avvolgeva quei decessi, eppure mancava un elemento formale per trasformare il sospetto in atto d’accusa. Poi, in un’occasione precisa, Spada aveva ottenuto l’accesso in codice verde al pronto soccorso, lamentando problemi di salute mai specificati del tutto; da lì a poco, però, un improvviso malore – tanto grave da richiedere l’intervento immediato dei sanitari – aveva fatto scattare nuovi allarmi. Secondo quanto ricostruito, sarebbe stato lui stesso a provocarsi un’embolia, proprio in un bagno dell’ospedale, in un gesto che gli investigatori interpretano come un tentativo di deviare l’attenzione o forse di simulare una fragilità personale.

Il ‘sistema Spadino’, la Croce Rossa e le pompe funebri: “È morto quel vecchio? Le altre agenzie devono fallire, è il mercato”

A Meldola, piccolo centro del Forlivese dove Spadino – questo il soprannome con cui è conosciuto nella zona – viveva e operava, il clima è ormai incandescente. I parenti del ventisettenne, arrestato per omicidio volontario nei confronti di una donna di 85 anni e accusato complessivamente di sei delitti ai danni di altrettanti anziani, restano rintanati tra le mura domestiche, mentre fuori si respira un’aria da caccia alle streghe. Dalle intercettazioni emergono frasi agghiaccianti, quelle che definiscono il cosiddetto “sistema Spadino”: un intreccio perverso tra servizi di emergenza, agenzie di pompe funebri e logiche di mercato spietate. “È morto quel vecchio? Le altre agenzie devono fallire, è il mercato”, avrebbe dichiarato in una conversazione captata, rivelando una visione della concorrenza trasformata in macabra selezione naturale. L’indagine, coordinata dalla Procura di Forlì, cerca ora di stabilire un nesso causale preciso tra la presenza di Spada sui mezzi di soccorso e la morte di quelle persone, la maggior parte delle quali anziane e vulnerabili.

Minacce di morte alla compagna e al figlio di un anno: la bufera sociale travolge anche chi non è indagato

L’onda d’urto dell’arresto, avvenuto sabato scorso a Meldola, non ha risparmiato la cerchia familiare. Elena, compagna ventiduenne di Spada – che gestisce una piadineria e risulta non indagata – ha ricevuto nelle ultime ventiquattr’ore decine di minacce di morte, veicolate principalmente attraverso i social network, in particolare Facebook e Instagram. I messaggi, carichi di violenza verbale, non hanno preso di mira solo lei: il figlio della coppia, un bambino di appena un anno, è stato minacciato con frasi agghiaccianti come “Farò a tuo figlio quello che avete fatto voi”. Un linciaggio mediatico che si è trasformato in una vera e propria ondata d’odio, al punto che le forze dell’ordine hanno avviato verifiche per risalire agli autori di quei post, molti dei quali anonimi o riconducibili a profili falsi.

Fnopi: “La persona coinvolta non è un infermiere. Informazioni errate producono danni”

Nel frastuono mediatico che ha accompagnato la vicenda, la Federazione nazionale Ordini professioni infermieristiche (Fnopi) è intervenuta con un comunicato stampa per chiarire un punto che ritiene cruciale. “La persona coinvolta nelle indagini per le morti in ambulanza a Meldola non è un infermiere iscritto all’Albo”, si legge nella nota, “né risulta in alcun modo abilitata all’esercizio della professione infermieristica, che prevede specifici percorsi universitari, il conseguimento di un titolo abilitante, l’iscrizione obbligatoria all’Ordine e il conseguente rispetto del Codice deontologico”. Una precisazione, quella della Fnopi, che mira a tutelare l’identità professionale di un’intera categoria, evitando che informazioni errate – in un caso così delicato – producano danni reputazionali ulteriori. L’autista, quindi, non aveva alcuna formazione sanitaria specifica, sebbene operasse a stretto contatto con pazienti in condizioni critiche durante i trasporti secondari. Un elemento, questo, che potrebbe rivelarsi centrale nelle prossime fasi dell’inchiesta, ancora in corso da parte della magistratura di Forlì.

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