Iran, Trump: “Project Freedom” è morto. Hegseth: “Il cessate il fuoco non è finito”
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Redazione Esteri
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Sessantasettesimo giorno del conflitto nel Golfo – quello che contrappone Stati Uniti e Israele all’Iran, in una guerra che tiene il Medio Oriente con il fiato sospeso – e i negoziati di pace restano in una fase di stallo totale. Il presidente americano Donald Trump, ormai da più di un anno alla Casa Bianca dopo la rielezione, ha risposto con una franchezza secca a chi gli chiedeva se la tregua fosse ancora in vigore: “Non so se è in vigore”. Una dichiarazione che, sebbene possa apparire sorprendente, riflette la complessità di un quadro bellico dove ogni giorno emergono attacchi, violazioni e dichiarazioni talvolta contraddittorie. L’intelligence statunitense, nel frattempo, ha fatto sapere che il programma nucleare di Teheran non solo non è stato rallentato dal conflitto, ma anzi procede senza particolari intoppi: un dato, quest’ultimo, che alimenta la tensione già altissima tra le capitali occidentali.
La conferma di Hegseth e il ruolo dello Stretto di Hormuz
Dall’altra parte del tavolo, o meglio da quello stesso palcoscenico fatto di comunicati e conferenze stampa, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha offerto una versione più rassicurante. “Il cessate il fuoco non è finito”, ha dichiarato il capo del Pentagono, precisando che – nonostante l’attacco iraniano a due navi militari statunitensi – la tregua “sta certamente tenendo”. Con una formula che mescola prudenza e determinazione, Hegseth ha aggiunto: “Mi aspettavo delle turbolenze”. La guerra, insomma, non si è arrestata del tutto, ma secondo Washington l’accordo regge ancora. Lo Stretto di Hormuz, però, resta il nodo cruciale: è lì che si gioca gran parte della partita. Una nave, secondo quanto ricostruito, è riuscita a passare il blocco proprio con l’aiuto degli Stati Uniti, mentre i prezzi del petrolio continuano a scendere – segnale inequivocabile di come i mercati leggano, almeno per ora, il conflitto come circoscritto.
Il “Project Freedom” e la condanna europea
Hegseth ha poi messo un punto fermo su ciò che molti osservatori avevano già intuito: l’iniziativa chiamata “Project Freedom”, lanciata dagli Stati Uniti, non va confusa con la gestione del cessate il fuoco. “Si tratta di un progetto separato e distinto”, ha spiegato. E su questa separazione, il segretario alla Difesa ha costruito buona parte del suo intervento, ribadendo che “il Presidente ha preso l’iniziativa perché c’era questa esigenza”. La sicurezza della navigazione sullo Stretto, ha aggiunto, è un desiderio espresso dal resto del mondo, e “quasi sempre è necessaria leadership americana”. Una leadership che, guarda caso, Trump ha dichiarato aver già seppellito: “Project Freedom è morto”, avrebbe affermato, anche se le agenzie riportano la frase con il condizionale della diretta. L’Unione Europea, dal canto suo, ha condannato senza mezzi termini gli attacchi nel Golfo, aggiungendo un’altra voce di dissenso al coro internazionale che guarda con crescente apprensione a quello Stretto.
Un equilibrio fragile tra attacchi e dichiarazioni
L’attacco iraniano alle due navi militari statunitensi avrebbe potuto far saltare ogni trattativa, eppure Hegseth insiste: “Il cessate il fuoco non è finito”. Una frase che ripete quasi come un mantra, forse per tenere in vita quella fiammella di tregua che altrimenti si spegnerebbe sotto il peso dei fatti. L’intelligence americana non ha dubbi: il programma nucleare di Teheran va avanti. E mentre l’Iran si difende diplomaticamente, gli Stati Uniti assicurano il passaggio in Hormuz a una nave – un gesto concreto che vale più di mille parole – e l’Europa condanna. Su tutto, aleggia lo scetticismo dello stesso Trump, il quale ammette di non sapere nemmeno se la tregua esista ancora. Un dubbio che, nella sessantasettesima giornata di guerra, suona come una sentenza.




