Sciopero alla Aeffe, il gruppo Ferretti non revoca i 221 licenziamenti
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Redazione Economia
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Un freddo pungente, ieri mattina, avvolgeva il presidio davanti allo stabilimento di San Giovanni in Marignano, dove l’aria di incertezza era ormai diventata l’unica certezza per lavoratrici e lavoratori. Lontani dalle scrivanie e dai telai, hanno incrociato le braccia per protestare contro quella che, definendola una semplice questione di costi, sembra cancellare il valore delle persone e delle loro storie professionali. Il gruppo Aeffe, infatti, non è tornato sui suoi passi e ha confermato i 221 licenziamenti annunciati a fine novembre, un taglio che – su un totale di 540 occupati – equivale a segare una parte consistente dell’organico. Di questi, circa 170 interessano il polo produttivo romagnolo, mentre una quarantina riguardano la sede milanese, numeri che lasciano senza respiro e caricano di ansia le giornate di chi, fino a poco fa, contribuiva al successo del marchio fondato da Alberta Ferretti.
Una vertenza che si fa aspra
“Non è andata bene purtroppo”, ha ammesso il segretario generale della Filctem Cgil di Rimini dopo l’incontro al ministero del Lavoro, un tentativo di mediazione che non ha sortito gli effetti sperati. La posizione dell’azienda, che ha proseguito senza tentennamenti lungo la strada tracciata, non concede margini: le lettere di licenziamento, temono in molti, potrebbero già essere pronte per la consegna. “Qui c’è sconforto e angoscia”, raccontava una rappresentante sindacale durante la mobilitazione, descrivendo un clima dove la preoccupazione per il futuro personale si mescola alla amarezza per una decisione percepita come inevitabile e distante dalla concretezza delle vite coinvolte. I sindacati, dal canto loro, non intendono arrendersi e annunciano battaglia, pronti a “impugnare ogni singolo licenziamento nelle sedi opportune”, come ha precisato il leader della Filctem, promettendo una resistenza legale che potrebbe prolungare la vertenza per mesi.
Un malessere che attraversa la filiera
Quella di Aeffe, del resto, non è una crisi isolata ma un sintomo di un malessere più ampio che sta scuotendo il settore della moda, dove altri nomi noti navigano in acque agitate. La filiera, in questa stagione, mostra diverse crepe: mentre il gruppo conferma i suoi esuberi, un altro colosso come Woolrich ha dovuto momentaneamente sospendere il trasferimento di 139 addetti da Bologna e Milano verso Torino, un’operazione che prometteva di salvaguardare i posti ma che incontra intoppi pratici. Senza dimenticare le sorti di un marchio come Giambattista Valli, che – facendo capo al gruppo Kering – rischia di cessare l’attività qualora non si trovi un compratore interessato al suo acquisito. Sono tutti segnali, questi, di un momento difficile in cui le strategie di riorganizzazione e contenimento dei costi passano, spesso, attraverso decisioni drastiche che ricadono sul lavoro.
Il peso delle scelte aziendali
Quando si parla solo di numeri e bilanci, il rischio è di smarrire la dimensione umana delle scelte, un aspetto che emerge chiaramente dalla determinazione dei dipendenti in sciopero. La loro protesta, oltre a essere una difesa del posto di lavoro, rappresenta una richiesta di riconoscimento del proprio ruolo all’interno di un sistema produttivo che, senza quella forza lavoro, non esisterebbe. La vertenza Aeffe, così come le altre che costellano il panorama, dimostra come le dinamiche del mercato globale, le riorganizzazioni societarie e le scelte di investimento finiscano per avere un impatto diretto e talvolta brutale sulla stabilità quotidiana di intere famiglie. E mentre le procedure seguono il loro corso, resta alta l’attenzione su come evolverà questo confronto, che misura il divario tra le logiche finanziarie e la tutela concreta dell’occupazione in un’industria, quella della moda, da sempre fiore all’occhiello del made in Italy.




