Isole Chagos, l’accordo di cessione finisce nel congelatore: la base di Diego Garcia e il veto di Trump
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Redazione Esteri
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LONDRA – Doveva essere la soluzione, forse la più elegante possibile, per chiudere un conto coloniale apertosi più di mezzo secolo fa. Invece, il trasferimento di sovranità delle isole Chagos a Mauritius si è infranto contro un muro costruito oltreoceano. Il Regno Unito, dopo aver a lungo tergiversato, ha ufficialmente accantonato i piani per la restituzione dell’arcipelago, riconoscendo l’impossibilità di procedere senza il beneplacito degli Stati Uniti. Un beneplacito che Donald Trump, a un certo punto del percorso, ha ritirato in modo secco, definendo l’intesa – raggiunta faticosamente l’anno scorso – «un atto di grande stupidità».
L’intesa, va ricordato, non era affatto priva di logica. Londra aveva negoziato con Port Louis un meccanismo di passaggio delle consegne che avrebbe restituito formalmente la sovranità, ma garantito alla corona britannica e al Pentagono un diritto di superficie della durata di un secolo sull’isola di Diego Garcia. Un compromesso, insomma, che mirava a salvare il salvabile: chiudere una ferita diplomatica con l’ex colonia africana, senza però perdere la presa strategica sul lembo di terra più conteso dell’Oceano Indiano. Ma a Trump questa architettura non è mai andata giù, e la sua opposizione, inizialmente sorda, è diventata col tempo un boicottaggio aperto che ha finito per paralizzare qualsiasi iter legislativo a Westminster.
Il fattore Diego Garcia e la dottrina della Casa Bianca
Il vero nodo della vicenda, lo si capisce dalle parole dei funzionari governativi britannici e dell’opposizione conservatrice, è squisitamente militare. Diego Garcia non è una semplice base: è un nodo cruciale della logistica statunitense in Medio Oriente e un punto di partenza fondamentale per le operazioni di bombardieri pesanti, incluso il recente utilizzo contro i ribelli Houthi. In un contesto di tensioni crescenti – e con il fronte iraniano che assorbe gran parte dell’attenzione americana – cedere la piena giurisdizione su un’area così sensibile, anche solo sulla carta, è apparso agli occhi della Casa Bianca un azzardo inaccettabile.
Nonostante le rassicurazioni di Keir Starmer, che aveva ottenuto la garanzia di un affitto novantennale, l’amministrazione Trump ha cambiato idea in corsa. Un cambio di rotta che l’ex alto funzionario del Foreign Office, Simon McDonald, ha descritto senza troppi giri di parole: «Il Regno Unito aveva due obiettivi: rispettare il diritto internazionale e rafforzare il rapporto con gli Stati Uniti. Ma quando il presidente si dichiara apertamente ostile, il governo deve ripensarci. Questo trattato finirà in congelatore».
Uno stallo parlamentare che diventa definitivo
A rendere concreto il passo indietro, più che le dichiarazioni di principio, ci ha pensato il tempo. Il governo laburista aveva bisogno di approvare una legge specifica per ratificare l’accordo, ma i termini legislativi della sessione parlamentare corrente sono scaduti senza che il provvedimento venisse calendarizzato. Fonti governative hanno spiegato che il disegno di legge non verrà incluso nel prossimo discorso del re, previsto per maggio, segnando di fatto la fine della corsa. Non si tratta, almeno ufficialmente, di una rottura delle relazioni diplomatiche; i portavoce di Downing Street hanno ribadito il mantra secondo cui «si procederà solo con il sostegno americano», scaricando così su Washington la responsabilità politica di uno stallo che rischia di protrarsi a lungo.
Dal canto suo, l’opposizione conservatrice, che aveva già bollato l’accordo come un atto di resa inaccettabile, non ha nascosto la propria soddisfazione. La definizione di questo accordo come un fardello economico insensato – pagare un affitto salato per un territorio che si possedeva già – è diventata il leitmotiv di una critica che ha trovato proprio nella Casa Bianca un’insperata sponda ideologica.
Un precedente per il diritto internazionale?
La vicenda, al di là delle valutazioni strategiche immediate, lascia in eredità un precedente ingombrante. Nel 2019, la Corte internazionale di giustizia aveva emesso un parere consultivo che invitava Londra a concludere la sua amministrazione sull’arcipelago, spingendo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a fissare una scadenza. Per Mauritius e per i discendenti dei chagossiani – la popolazione originaria espulsa tra il 1968 e il 1973 per far spazio alle piste d’atterraggio – questo stop rappresenta un duro colpo alle aspettative di chiusura di un capitolo doloroso.
L’accordo del 2024 prevedeva anche un indennizzo economico per sostenere le popolazioni sfollate, ma ora quelle risorse sono congelate insieme alla sovranità. Ciò che rimane, galleggiando tra le onde dell’Oceano Indiano, è la consapevolezza che la geopolitica, quando entra in gioco la difesa, calpesta senza troppi scrupoli le sentenze internazionali. L’arcipelago delle Chagos resta, per ora, l’ultima colonia africana sotto il controllo britannico, ma con un padrone di fatto che siede a Washington.




