'Ndrangheta, il fallito colpo in banca dei Gaglianesi e il ruolo del dipendente infedele

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La casa del popolo, un edificio in legno situato nel quartiere Mater Domini di Catanzaro, è stata per anni il quartier generale del clan dei Gaglianesi, finito oggi nel mirino della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Catanzaro. Ubicata nei pressi dello spiazzo che ospita il mercato rionale ogni mercoledì, questa costruzione è stata il luogo di incontri serrati e affollati, soprattutto nelle ore serali, tra capi e gregari dell’organizzazione. Proprio qui, a partire dall’ottobre 2014, gli investigatori hanno piazzato una telecamera che ha documentato il viavai di persone, contribuendo a ricostruire le dinamiche criminali del gruppo. Le immagini, insieme ad altre acquisizioni, sono state fondamentali per l’inchiesta “Clean money”, che questa mattina ha portato all’arresto di 22 persone accusate di associazione di stampo mafioso.

Tra gli elementi emersi dalle indagini, spicca il tentativo fallito di un colpo in banca, reso possibile grazie al badge ceduto da un dipendente infedele. Questo episodio, sebbene non andato a buon fine, ha rivelato la capacità del clan di infiltrarsi in settori apparentemente estranei al crimine organizzato, sfruttando complicità interne per raggiungere i propri obiettivi. La vicenda si inserisce in un contesto più ampio, che vede i Gaglianesi come uno dei gruppi egemoni su Catanzaro, capace di mantenere il controllo del territorio nonostante le numerose operazioni delle forze dell’ordine.

Le indagini, partite già nel 2014-2015, hanno permesso di ricostruire come siano cambiati gli equilibri all’interno dell’organizzazione, evidenziando la coesistenza di vari gruppi che si sono spartiti il territorio comunale. Nonostante le dimensioni ridotte della città, i quartieri sono stati divisi in modo da garantire a ciascuna consorteria il controllo delle proprie aree di interesse, mantenendo un apparente “rispetto” reciproco. Questo sistema, basato sulla sopraffazione economica e personale, ha permesso ai Gaglianesi di rigenerarsi più volte, anche grazie al sostegno di altre consorterie della ‘ndrangheta del Crotonese.

La storia criminale del clan affonda le radici negli anni ’80 e ’90, quando iniziò a esercitare un controllo capillare del territorio, favorito dalla compiacenza di alcuni imprenditori e dall’omertà del contesto civile. Tra i fatti più recenti, le indagini hanno ricostruito una serie di danneggiamenti e tentativi di estorsione avvenuti tra il 2012 e il 2013 a Catanzaro Lido, attribuiti al gruppo di Giuseppe Celi, operante per conto del clan Mellea, legato a sua volta agli Aracri. Questi episodi hanno contribuito a delineare un quadro in cui i Gaglianesi, pur mantenendo una certa autonomia, hanno stretto alleanze strategiche con altre organizzazioni per consolidare il proprio potere.

L’operazione “Clean money”, coordinata dalla Dda di Catanzaro e condotta dai carabinieri, ha portato all’esecuzione di 22 misure cautelari: 12 persone sono finite in carcere, 10 agli arresti domiciliari e altre 12 sono state iscritte nel registro degli indagati. Tra i capi d’accusa, oltre all’associazione mafiosa, figurano reati come estorsione, danneggiamento e infiltrazione nel settore bancario. Le indagini hanno inoltre evidenziato come il clan abbia mantenuto una forte fedeltà al vecchio boss Girolamo Costanzo, figura storica della ‘ndrangheta calabrese, dimostrando una continuità gerarchica nonostante i cambiamenti negli equilibri interni.

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