Stellantis punta sul Marocco, il governo Meloni accusa: "Svolta che penalizza l'Italia"

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre l’industria automobilistica globale naviga in acque turbolente, stretta tra la transizione elettrica e le incertezze dei mercati, Stellantis ha scelto di accelerare il suo piano produttivo fuori dai confini italiani. A Kenitra, in Marocco, il gruppo – nato dalla fusione tra Fiat Chrysler e Peugeot – ha annunciato un investimento da 1,2 miliardi di euro per raddoppiare la capacità dello stabilimento, che entro il 2030 raggiungerà 535.000 veicoli l’anno, contro i 200.000 attuali. Una mossa che, se da un lato conferma l’impegno sulla produzione elettrica e ibrida, dall’altro ha scatenato le reazioni del governo italiano, già in fibrillazione per le sorti degli stabilimenti nazionali.

L’inaugurazione della nuova linea, alla presenza del premier marocchino Aziz Akhannouch, ha messo in luce una strategia che sembra marginalizzare l’Italia. Nonostante l’avvento di Riccardo Filosa – primo amministratore delegato italiano dopo anni di leadership straniere – la decisione di potenziare il sito nordafricano, dove i costi di produzione sono sensibilmente più bassi, rischia di lasciare al palo gli impianti peninsulari, a cominciare da quello di Atessa, in Abruzzo, il più grande d’Europa per i veicoli commerciali.

Il governo Meloni, che nelle scorse settimane aveva aperto un confronto con il gruppo per garantire il mantenimento di almeno un milione di vetture prodotte annualmente in Italia, ha fatto trapelare malumore. Sebbene Stellantis ribadisca di voler preservare il ruolo del Paese nel suo ecosistema industriale, l’assenza di annunci concreti sugli investimenti locali – a differenza di quanto accade in Marocco, Francia o Stati Uniti – alimenta lo scetticismo.

La scelta marocchina, del resto, arriva in un momento delicato per il settore. Se molte case automobilistiche stanno ridimensionando i piani sull’elettrico, Stellantis sembra voler mantenere la rotta, scommettendo su un mercato, quello africano, in crescita. Ma è proprio questa doppia velocità – tra aperture internazionali e tensioni domestiche – a sollevare interrogativi. Senza contare che l’operazione segue di pochi mesi l’addio di Carlos Tavares, l’ex numero uno del gruppo, il cui mandato si è chiuso con un maxi-buonuscita da 36 milioni.

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