Leone XIV a Malabo tra l’entusiasmo dei giovani e la condanna del “suprematismo” economico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’attesa, come si racconta dalle cronache di chi ha percorso le strade che dall’aeroporto conducono al cuore amministrativo della città, si è sciolta in un’esplosione di colori e suoni. Papa Leone XIV è atterrato ieri a Malabo, quarta e ultima tappa di un viaggio apostolico che lo ha portato a toccare le ferite e le speranze del continente africano passando per Algeria, Camerun e Angola. A dare il benvenuto al Pontefice, il primo a mettere piede in questo paese dopo la storica visita di San Giovanni Paolo II nel lontano 1982, non è stata solo una folla composta da fedeli e curiosi: lungo il percorso, decine di giovani indossavano magliette bianche stampate con l’effige del Papa e sventolavano bandiere, creando una coreografia spontanea che ha trovato il suo culmine nei pressi del Campus dell’Università Nazionale della Guinea Equatoriale.

Subito dopo il benvenuto dell’aeroporto, però, il clima di festa ha lasciato spazio al pragmatismo politico e alle parole pesanti. Leone XIV ha incontrato a stretto giro Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, il presidente che guida il paese con mano ferma dal colpo di stato del 1979. È stato in quell’occasione, parlando di fronte alle autorità riunite nel palazzo presidenziale, che il Papa ha scelto di usare un tono aspro contro i meccanismi di sfruttamento globale. Ha parlato di un’economia che “colonizza e uccide”, facendo propria l’eredità del suo predecessore e lanciando un j’accuse diretto contro quella che ha definito la “colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari”. Una dinamica, ha spiegato, che calpesta i diritti delle popolazioni locali e trasforma il diritto internazionale in un ostacolo secondario rispetto alla sete di materie prime.

Il grido contro le ingiustizie e la memoria del Papa precedente

Non si è trattato di una semplice omelia, ma di una denuncia strutturale. Il Pontefice ha rincarato la dose ricordando che “l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale”, un fenomeno che in un paese ricco di petrolio come la Guinea Equatoriale appare evidente nel divario tra l’élite al potere e la popolazione. Le sue parole, pronunciate in spagnolo, hanno richiamato l’attenzione sul fatto che la religione non può essere strumentalizzata: “Il nome santo di Dio – ha ammonito – non può essere profanato dalla volontà di dominio. Mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte”. Una dichiarazione, quest’ultima, che suona come un monito universale in un’epoca segnata da conflitti e tensioni geopolitiche.

Nel mezzo di questi impegni ufficiali, Leone XIV non ha dimenticato il lutto che ha segnato la Chiesa esattamente un anno fa. Salendo a bordo dell’aereo che lo ha portato dall’Angola a Malabo, ha voluto ricordare papa Francesco, scomparso il 21 aprile del 2025, definendolo un “dono” per la Chiesa e per il mondo. Ha sottolineato come Bergoglio abbia donato tutto attraverso la sua vicinanza agli ultimi e la predicazione della misericordia, auspicando che egli possa già godere della misericordia del Signore. Un momento di raccoglimento che ha spezzato il ritmo serrato della giornata, ricollegando idealmente il nuovo pontificato alla spinta riformatrice di quello appena concluso.

Il viaggio nella “Città della pace” e la tappa nel carcere di Bata

Ma la giornata di martedì è stata anche l’occasione per una riflessione sul significato stesso della capitale. Sebbene Malabo conservi ancora il ruolo di centro amministrativo, la capitale ufficiale è stata recentemente trasferita a “Ciudad de la Paz”, una metropoli costruita da zero nell’entroterra. Un nome, ha osservato il Papa, che dovrebbe interrogare le coscienze: “Quale città vogliamo servire?” ha chiesto, mettendo in guardia dall’illusione di una ricchezza che esclude e domina piuttosto che includere e sollevare. L’attenzione del Pontefice si è spostata così dalle architetture del potere alle periferie esistenziali.

Oggi, il viaggio di Leone XIV entra nel vivo con una delle tappe più attese e simboliche: la visita alla prigione di Bata. L’istituto penitenziario, situato sulla terraferma, è tristemente noto ai rapporti internazionali per le condizioni definite disumane, la sovrappopolazione e le accuse di torture e abusi sistematici a danno dei detenuti. L’incontro con i detenuti rappresenta un gesto di altissimo profilo umanitario, che il Papa compie nel penultimo giorno della sua maratona africana, dimostrando ancora una volta quella propensione a toccare con mano la sofferenza che aveva caratterizzato anche i suoi predecessori.

Il contesto di un potere ultradecennale

La scelta di concludere il tour africano proprio in Guinea Equatoriale non è certo casuale, sebbene le motivazioni ufficiali siano di natura pastorale. Il paese si trova a navigare in un paradosso economico: da un lato, un PIL pro-capite tra i più alti del continente grazie all’export di petrolio e gas; dall’altro, una fetta significativa della popolazione vive in condizioni di povertà e precarietà. Il regime di Obiang, che governa dal 1979, ha spesso tenuto la Santa Sede a distanza di sicurezza, accettando il sostegno morale alla comunità cattolica (che rappresenta circa il 74% degli abitanti) senza mai concedere aperture sul fronte dei diritti civili o della trasparenza.

Con la visita al carcere di Bata e gli incontri previsti con i giovani, Leone XIV sembra voler tracciare un solco netto: la benedizione alla folla non equivale a una benedizione al sistema di potere. I fedeli, riuniti a migliaia nonostante il caldo tropicale (molti riparati da ombrelli colorati che trasformavano l’università in un mosaico vivente), hanno accolto il Papa come un portatore di verità. La sua condanna del “suprematismo” economico e della “colonizzazione” moderna risuona in un paese che, pur essendo politicamente sovrano da decenni, vede ancora le proprie risorse naturali fluire verso i mercati esteri senza un equo ritorno per la collettività.

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