Leone XIV a Malabo: “La chiesa non giochi una partita, annunci il pane buono per tutti”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’atmosfera da stadio, in un’altra circostanza, avrebbe potuto evocare le rivalità della Coppa d’Africa: una distesa colorata di maglie, cori pronti a dividere una folla in due spalti opposti. Ma nello stadio di Malabo, ieri, non si tirava in porta un pallone, bensì si accoglieva colui che, per i credenti, porta il nome di Successore di Pietro. E il messaggio, chiaro e netto, è arrivato dalla voce di papa Leone XIV, il pontefice nato a Chicago, il quale ha celebrato l’ultima messa africana del suo lungo viaggio apostolico davanti a circa trentamila fedeli presenti nell’impianto cittadino, capace di trasformarsi per l’occasione in un grande tempio a cielo aperto.

Il saluto di Bata tra danze tradizionali e il richiamo alla concordia

Prima dell’appuntamento conclusivo nella capitale, il pontefice era stato accolto a Bata, altra città chiave della Guinea Equatoriale, da una folla festante e da danze tradizionali che hanno segnato la fase terminale di un tour iniziato undici giorni fa. Un viaggio di diciottomila chilometri attraverso l’Algeria, il Camerun, l’Angola e, infine, questa ex colonia spagnola affacciata sul Golfo di Guinea. Proprio a Bata, nel corso di un discorso pubblico, Leone XIV ha esortato i presenti a un impegno concreto: “Date sempre esempio di concordia tra di voi”, ha detto, aggiungendo poi un richiamo all’amore reciproco e alla capacità di riconciliazione, senza tralasciare il rispetto effettivo dei diritti di ogni cittadino, famiglia e gruppo sociale. Parole che, in un Paese governato da decenni dallo stesso presidente, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo – presente anche lui sugli spalti di Malabo – hanno assunto il peso di un monito velato ma preciso.

Una messa senza tifoserie: “Cristo è la luce, non una divisa”

Nell’impianto sportivo della capitale, dove di solito si ospitano le partite del torneo continentale, non c’erano maglie di squadre diverse. Il paragone con il calcio, reso inevitabile dalla cornice, è stato ribaltato dallo stesso pontefice durante l’omelia: la Chiesa, ha spiegato, non deve giocare una partita tra opposte fazioni, né cantare cori da tifoseria. Il motto scelto per questa tappa, “Cristo, luce della Guinea Equatoriale verso un futuro di speranza”, è servito da filo conduttore per un discorso incentrato sulla missione gioiosa dei primi discepoli. “Continuate nella gioia”, ha detto ai fedeli, invitandoli a non smarrire quella leggerezza profonda che contraddistingue l’annuncio della Parola, definita dallo stesso Leone XIV “pane buono per tutti”. Un pane, ha sottolineato, da spezzare senza calcoli né esclusioni.

Diciotto giorni e 30mila fedeli: la chiusura del viaggio africano

La messa a Malabo ha rappresentato l’ultimo grande evento prima del rientro in serata a Roma. Undici giorni e migliaia di chilometri percorsi in quattro nazioni, con un ritmo serrato di incontri, discorsi e testimonianze che si sono conclusi sotto il sole equatoriale. La presenza del capo di Stato a bordo campo, assieme a una folla stimata in trentamila unità, ha restituito l’immagine di un pontefice capace di attrarre folle immense anche nell’ultimo lembo di terra toccato da questo viaggio. Nessun cenno, da parte del papa, a possibili sviluppi futuri o a giudizi sulla politica locale. Piuttosto, l’accento è caduto sulla necessità di una Chiesa che non cerchi spettacolo né potere, ma che si faccia lievito in una società, quella equatoguineana, segnata da profonde disuguaglianze e da un regime che spesso limita le libertà di espressione. Un tema, quest’ultimo, che Leone XIV ha toccato solo per allusioni, preferendo concentrarsi sull’esempio concreto della concordia e del rispetto effettivo dei diritti, quasi a voler tracciare una linea ideale prima di far rientro nella Curia romana.

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