Leone XIV chiude il viaggio in Africa: messa a Malabo e il bagno di folla dei dimenticati a Bata

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ultima giornata del viaggio apostolico di papa Leone XIV nel continente africano si consuma oggi tra le strade asfaltate di Malabo e quel fazzoletto di terra che ospita lo stadio cittadino, dove il pontefice ha presieduto la celebrazione eucaristica prima del rientro in serata a Roma. Undici giorni – un’intensità notevole, se si considera il ritmo serrato degli impegni – hanno scandito un itinerario tortuoso che, partendo dall’Algeria, ha toccato il Camerun, l’Angola e, infine, questa realtà guineana. Tuttavia, è stata un’altra la geografia umana che ha catturato l’essenza di questa missione, quella più nascosta e cruda, emersa con forza dalle piogge torrenziali di Bata.

L’abbraccio sotto il diluvio nel carcere di Bata

Mentre i riassunti ufficiali enumerano le tappe, rimane impressa la scena, quasi surreale per la sua potenza simbolica, del cortile del penitenziario di Bata. In quello che gli analisti descrivono come uno dei baluardi più cupi del sistema repressivo locale, noto per le denunce internazionali relative a sovraffollamento e isolamento, il pontefice ha compiuto il gesto più audace del suo pontificato: la prima visita in un carcere dalla sua elezione. L’accoglienza riservata a Robert Prevost (nome secolare di Leone XIV) non è stata quella formale e compunta tipica dei protocolli; è stato un boato liberatorio. Le persone detenute, circa seicencinquanta divise tra tute arancioni e verdi – a simboleggiare la tipologia della pena –, hanno iniziato a ballare e cantare mentre un acquazzone tropicale spazzava via ogni parvenza di decoro cerimoniale. I loro sandali di gomma affondavano nelle pozzanghere, le uniformi si appiccicavano alla pelle, ma il coro che saliva era inequivocabile: “Libertad, libertad”.

“Nessuno è escluso dall’amore di Dio”: la teologia della giustizia riparativa

In quel contesto di fango e speranza, Leone XIV ha consegnato ai suoi ospiti – e al mondo – una meditazione sulla giustizia che scardina le logiche meramente punitive. “L’amministrazione della giustizia – ha affermato il papa – ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona”. Non si è trattato di una semplice benedizione, bensì di una lezione di politica penitenziaria. Ha introdotto il concetto di “giustizia riparativa”, spiegando come la pena fine a se stessa risulti sterile se non accompagna il recluso in un percorso di ricostruzione. Le sue parole, pronunciate in spagnolo per farsi capire direttamente, scendevano nel dettaglio di ciò che manca in strutture come Bata: “Si faccia di tutto perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità”. E ai detenuti, molti dei quali in attesa di giudizio senza accesso ad avvocati, ha lanciato un messaggio di inclusione radicale, rompendo lo stigma sociale: “Anche voi fate parte di questo Paese”.

La sosta alla memoria e l’incontro con le nuove generazioni

Prima di lasciare Bata, la comitiva papale ha deviato per un gesto di silenziosa gravità: la sosta in preghiera dinanzi al monumento che ricorda le vittime dell’esplosione del 7 marzo 2017. Una strage che fece centinaia di vittime (oltre un centinaio i morti accertati, seicento i feriti) a causa di una deflagrazione in un hangar militare, una ferita ancora aperta nella memoria collettiva della città. L’omaggio, brevissimo a causa del maltempo che ha impedito un approccio più disteso, ha rappresentato un contrappunto doloroso all’entusiasmo visto poco prima. La giornata si è poi conclusa con un cambio di registro totale: l’incontro con i giovani e le famiglie allo stadio. Qui il tono si è fatto esortativo, quasi pedagogico. Leone XIV ha chiesto ai ragazzi di diventare artigiani di un futuro più equo, mettendo in guardia dalle “inique disuguaglianze tra privilegiati e svantaggiati”. Se nella prigione aveva parlato di rinascita, davanti alle famiglie ha lodato la “missione entusiasmante” dell’essere genitori, un’alleanza che richiede coraggio in un contesto economico segnato dallo sfruttamento petrolifero e da una distribuzione iniqua delle ricchezze.

Cronaca di un rientro (e di un rito collettivo)

Il viaggio si chiude così, con la valigia che si richiude sugli spazi aperti dell’Africa sub-sahariana. L’itinerario, iniziato sulle orme dei martiri di Tibhirine in Algeria, si conclude tra i canti “Libertad” di un carcere e le acclamazioni dei fedeli nello stadio di Malabo. Ciò che resta della visita di Leone XIV in Guinea Equatoriale è la fotografia di un papato che non teme il contatto fisico con le periferie esistenziali, anche quando queste sono bagnate dalla pioggia e circondate dal filo spinato. Il pontefice tornerà a Roma stanotte, lasciando dietro di sé un’eco di appelli concreti: che il futuro non venga rubato dal passato, che la giustizia non sia cieca vendetta, e che, in un Paese ricco di petrolio e povero di diritti, la folla dei dimenticati aspetti ancora il riscatto promesso.

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