Leone XIV in Guinea Equatoriale: “cuore comodo e avaro” genera tristezza, poi l’applauso per chiarezza su un caso

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   “Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non c’è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri”. Con queste parole, tratte – come lui stesso ha citato – dall’‘Evangelii gaudium’ di Francesco, Papa Leone XIV ha concluso la sua omelia a Malabo, toccando un nervo scoperto di quella che ha definito “una tristezza individualista”. Il bersaglio del Pontefice, durante la Messa celebrata nello stadio della capitale della Guinea Equatoriale, è stato chiaro: un “cuore comodo e avaro”, unito a “una ricerca malata di piaceri superficiali” e a “una coscienza isolata”, finisce per avvelenare l’esistenza dall’interno. Non si tratta, ha spiegato, di una malinconia passeggera, bensì di una chiusura volontaria, una sorta di deriva spirituale dove l’avidità e la pigrizia morale annullano la capacità di vedere il prossimo. E proprio lì, in un passaggio a braccio, è scattato l’imprevisto. La folla radunata – circa trentamila persone, un terzo in più rispetto alle previsioni, nonostante un diluvio tropicale poi trasformato in cielo plumbeo – ha accolto con un fragoroso applauso la sua richiesta di fare piena luce sulla morte improvvisa del vicario dell’arcidiocesi, il trentanovenne monsignor Nsue Esono. Un gesto, quello del Papa, che ha trasformato un’omelia sul rischio dell’avarizia interiore in un richiamo concreto alla trasparenza, senza mai scendere in dettagli espliciti ma lasciando che il silenzio istituzionale parlasse da sé.

Una messa sotto la pioggia e trentamila fedeli all’alba

L’ultimo atto del viaggio apostolico di Leone XIV in Africa si è consumato tra acquazzoni e ritardi logistici, segno evidente – hanno commentato alcuni osservatori presenti – di una devozione che non teme l’acqua né la fatica. I fedeli, radunati dall’alba allo stadio di Malabo, hanno atteso il Pontefice per ore, reggendo ombrelli e teli di plastica mentre il terreno si trasformava in fango. La Messa, concelebrata con i vescovi locali, ha rappresentato il culmine di undici giorni che avevano portato il Papa in Algeria (sui luoghi agostiniani), in Camerun, in Angola e infine in Guinea Equatoriale. L’affluenza, hanno riferito fonti vaticane, ha superato largamente le attese: non i ventimila preventivati inizialmente, bensì trentamila presenze, con migliaia di persone rimaste in piedi anche oltre le transenne. La scelta di Leone di citare il documento di Francesco non è passata inosservata, quasi a voler creare una continuità ideale tra due pontificati nel modo di denunciare l’ipocrisia del benessere. “Non c’è spazio per i poveri”, ha ripetuto, “quando il cuore si fa comodo”.

L’applauso sulla morte del vicario e la prudenza giudiziaria

L’episodio che ha segnato la liturgia, più dei richiami alla carità o alla giustizia sociale, è stato però quello legato al trentanovenne monsignor Nsue Esono, il vicario dell’arcidiocesi la cui scomparsa improvvisa ha sollevato più di un interrogativo nella piccola ma combattiva chiesa equatoguineana. Il Papa, senza mai pronunziare accuse formali né anticipare indagini – come del resto la prudenza diplomatica gli impone – ha semplicemente chiesto “chiarezza”. E quella parola, secca, ha innescato un applauso lungo e convinto, quasi liberatorio. Nei giorni precedenti, a Bata, lo stesso Leone aveva incontrato giovani e famiglie, esortandoli a “costruire un mondo migliore” senza mai citare esplicitamente il caso; ieri, invece, l’omelia è diventata il teatro di una domanda implicita. Gli applausi, per un Pontefice che non cerca consensi facili, hanno rappresentato una misura della tensione locale. Che cosa sia accaduto esattamente a Nsue Esono non è dato sapere da questo articolo, e nessuna fonte ufficiale ha fornito particolari; la richiesta papale, tuttavia, ha riacceso i riflettori su una vicenda che le autorità locali avrebbero preferito mantenere nell’ombra.

Il rientro a Roma dopo undici giorni da “pellegrino di pace”

La cerimonia di congedo si è svolta in aeroporto a Malago, una decina di chilometri dallo stadio, poco dopo la fine della Messa. Da lì, Leone XIV è salito a bordo del volo ITA A330-900neo che, in poco più di sei ore, lo avrebbe riportato a Roma-Fiumicino. L’arrivo nella tarda serata del 23 aprile chiude così la missione africana durata quasi due settimane, un tour che aveva toccato quattro nazioni e due diversi volti del continente: da una parte il nord musulmano e agostiniano dell’Algeria, con la sua memoria di martiri e dialogo, dall’altra l’Africa subsahariana del Camerun, dell’Angola e della Guinea Equatoriale. Ieri, nella prigione di Bata – lo stesso luogo dove un acquazzone tropicale aveva sorpreso il Pontefice – egli aveva dichiarato che “la pioggia è una benedizione di Dio”. La benedizione, a giudicare dalle facce dei trentamila che lo hanno salutato a Malabo, si è estesa fino all’ultimo minuto. Nessuna dichiarazione ufficiale è seguita al rientro, e il Vaticano si è limitato a diffondere il bollettino consueto. Restano, nell’aria di Malabo, il rumore dell’applauso e l’ombra di quella morte su cui qualcuno, ora, dovrà necessariamente fare luce.

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