Leone XIV in Guinea Equatoriale: «Mai profanare il nome di Dio per giustificare azioni di morte»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sul volo che da Luanda lo ha portato a Malabo, ultima tappa del lungo viaggio apostolico nel continente africano, Papa Leone XIV ha voluto innanzitutto fermarsi a ricordare il suo predecessore, Francesco, a un anno esatto dalla scomparsa. «Ha donato tanto alla Chiesa», ha detto il Pontefice rivolgendosi ai giornalisti presenti a bordo, «con la sua vita, la sua testimonianza, la sua parola e i suoi gesti», specialmente quella vicinanza ai più poveri, ai malati, ai bambini e agli anziani che ha caratterizzato il suo pontificato. Un’eredità, quella della misericordia e della fratellanza universale, che Leone XIV ha fatto propria atterrando in una terra di profondi contrasti, la Guinea Equatoriale, dove la ricchezza petrolifera convive con una povertà assoluta che colpisce gran parte della popolazione.

Chiesa e Stato, una collaborazione possibile ma distinta

È stato proprio durante il tragitto, prima dell’arrivo a Malabo, che il Papa ha chiarito il suo pensiero sul rapporto tra le istituzioni religiose e quelle civili, affrontando una questione tanto delicata quanto attuale. «Chiesa e Stato possono lavorare insieme», ha precisato, «per il bene di tutto il popolo ma da punti diversi»; un’affermazione, questa, nata dal confronto avuto con il presidente dell’Angola nei giorni precedenti, incentrato su due pilastri fondamentali come la salute e l’educazione. L’obiettivo, nelle intenzioni del pontefice, è capire dove sia possibile collaborare per «migliorare i servizi che lo Stato offre», menzionando esplicitamente la costruzione di nuovi ospedali e strutture, senza però mai confondere i rispettivi ruoli. La collaborazione, insomma, è un’opportunità concreta per elevare il bene comune, purché rimanga chiara la distinzione tra il fine ultimo spirituale della Chiesa e i compiti temporali dello Stato.

Il monito alle autorità di Malabo

Una volta ricevuto il benvenuto ufficiale all’aeroporto internazionale – tra cerimonie che il Pontefice ha definito tutt’altro che sobrie, bensì festanti – e dopo l’incontro privato con il presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, uno dei capi di Stato più longevi del mondo, Leone XIV ha incontrato le autorità locali nel palazzo presidenziale. Lì, il suo discorso ha assunto toni particolarmente fermi: il Pontefice ha esortato i presenti a non profanare il nome di Dio per giustificare scelte e azioni di morte, lanciando un appello indiretto ma chiaro contro quelle guerre e quelle violenze che – ha osservato – rischiano di compromettere tragicamente il destino dell’umanità. La proliferazione dei conflitti armati, ha aggiunto, ha spesso tra i suoi moventi principali la colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, attuata senza riguardo per il diritto internazionale e per l’autodeterminazione dei popoli.

La visita tra contraddizioni e memoria

La nona giornata del viaggio, che si è svolta tra Angola e Guinea Equatoriale, ha visto il Papa spostarsi poi all’interno del Paese, dove ha voluto visitare l’ospedale psichiatrico Jean-Pierre Olie, portando un messaggio di vicinanza ai malati e agli operatori sanitari. Un gesto che si inserisce perfettamente nel solco tracciato da Papa Francesco, quel «odore delle pecore» che il pontefice argentino aveva indicato come strada maestra per la Chiesa. E se da un lato la folla festante che ha accolto Leone XIV per le strade di Malabo testimonia un affetto sincero e una fede radicata – in un Paese dove il 90% della popolazione si dichiara cattolica – dall’altro il Pontefice non ha mancato di ricordare i doveri della politica: mettere in guardia dall’illusione del dominio e da un’economia dell’esclusione che finisce per uccidere, specialmente in una nazione che, nonostante le risorse, mostra ancora drammatici divari sociali.

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