Leone XIV: il «cuore comodo e avaro» che genera tristezza individualista
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Redazione Esteri
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La messa celebrata allo stadio di Malabo, ultimo atto di un viaggio apostolico durato undici giorni e articolato tra Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, ha offerto a Leone XIV l’occasione per un’analisi puntuale – e per certi versi severa – di quelle derive spirituali che, radicandosi nell’egoismo quotidiano, finiscono per soffocare la vita interiore. Il pontefice, citando esplicitamente l’Evangelii gaudium del suo predecessore, ha descritto la genesi di quella che ha definito «una tristezza individualista», una condizione dell’animo che scaturisce da tre elementi distinti ma tra loro concatenati: un «cuore comodo e avaro», la «ricerca malata di piaceri superficiali» e una «coscienza isolata». Quando la vita interiore, ha spiegato ai trentamila fedeli presenti nonostante un cielo plumbeo e minaccioso, si chiude nei propri interessi, non c’è più spazio per gli altri – e in particolare per i poveri – né tantomeno per l’ascolto di quella voce divina che richiede apertura e condivisione. Si tratta, nelle intenzioni del pontefice, di un meccanismo subdolo, perché trasforma lentamente la fede in un esercizio solipsistico, privandola di quella spinta propulsiva verso l’altro che ne costituisce l’essenza più autentica.
La liberazione dalla «schiavitù del male» e il richiamo all’eredità di Bergoglio
L’omelia, celebrata nel contesto dell’ultima tappa africana, non si è limitata a una diagnosi dei mali interiori, ma ha riproposto con forza la centralità della Pasqua come «esodo definitivo» capace di liberare ogni popolo dalla schiavitù del male. Davanti a quella folla variegata – che sventolava bandiere gialle e bianche e indossava abiti tradizionali dai colori vivaci – Leone XIV ha ribadito che la fede impone una scelta radicale: da un lato la «disperazione certa» di chi si affida esclusivamente alle proprie forze, dall’altro una speranza possibile resa tale dall’intervento divino. L’eredità di Papa Francesco, che il pontefice ha richiamato in più passaggi, riemerge con chiarezza nella messa in guardia contro l’auto-referenzialità: una chiusura che il papa regnante ha stigmatizzato come anticamera dell’indifferenza e del vuoto esistenziale. Del resto, già nei giorni precedenti, lo stesso Leone aveva sottolineato come alla salvezza di una comunità non bastino «gli sforzi individuali e isolati», insistendo sulla necessità di costruire reti di solidarietà reciproca.
Il caso Nsue Esono e la richiesta di «piena luce» sulla morte del vicario
Un momento di particolare tensione emotiva si è registrato quando il pontefice, interrompendo idealmente il filo della riflessione teologica, ha voluto rivolgere un pensiero esplicito alla scomparsa del vicario generale dell’arcidiocesi, monsignor Nsue Esono, morto improvvisamente a soli trentanove anni. La richiesta, accolta da un caloroso applauso della folla, è stata formulata in termini misurati ma inequivocabili: «confido che, senza lasciarsi trasportare da commenti o conclusioni affrettate, si faccia piena luce sulle circostanze della sua morte». Un’invocazione alla trasparenza che, pur nel rispetto del dolore e del riserbo dovuto a un lutto così recente, non ha eluso la necessità di chiarezza, inserendosi in quel più ampio impegno per la giustizia che il pontefice ha più volte rivendicato durante la sua permanenza nel continente. La frase, pronunciata a margine dell’omelia, ha avuto il peso specifico di un atto dovuto verso una comunità locale ferita, senza tuttavia scadere nella spettacolarizzazione del dramma.
Un viaggio lungo mille chilometri tra piogge tropicali e folle oceaniche
Il rientro a Roma, avvenuto nel pomeriggio del 23 aprile a bordo di un volo ITA A330-900neo decollato dall’aeroporto internazionale di Malabo, ha chiuso una missione che gli organizzatori avevano definito «intensissima»: undici giorni di spostamenti, celebrazioni e incontri, iniziati tra i luoghi agostiniani dell’Algeria e proseguiti nell’Africa subsahariana del Camerun e dell’Angola. Particolarmente significativa, a tal proposito, la sosta nella prigione di Bata, dove il pontefice non ha esitato a definire l’acquazzone tropicale che si stava abbattendo sulla struttura come «una benedizione di Dio». Una battuta, quest’ultima, che rivela il tono colloquiale e umano tenuto dal pontefice per tutto il viaggio, capace di alternare momenti di alta speculazione teologica a gesti di concreta vicinanza verso i più fragili. Le trentamila presenze registrate allo stadio – un terzo in più rispetto alle previsioni iniziali – testimoniano infine la straordinaria capacità di richiamo di un pontificato che, almeno stando a questi numeri, sembra aver ereditato pienamente il carisma popolare di Francesco.




