Evin, carcere simbolo del terrore iraniano, colpito da un attacco aereo israeliano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’esplosione ha squarciato il silenzio notturno, riducendo in macerie il cancello d’ingresso della prigione di Evin, mentre le telecamere di sorveglianza registravano in bianco e nero l’attimo in cui il missile israeliano centrava uno dei simboli più cupi della repressione nella Repubblica islamica. Costruito negli anni Settanta dalla Savak, la polizia segreta dello scià, il carcere ha visto crescere la sua fama sinistra dopo la rivoluzione del 1979, trasformandosi nel luogo in cui il regime ha recluso, per decenni, giornalisti, sindacalisti, attivisti per i diritti umani e oppositori politici.

L’attacco, che secondo fonti interne avrebbe provocato crolli e feriti, ha scatenato incendi e disordini tra i detenuti, molti dei quali sono rinchiusi nel braccio riservato ai prigionieri politici. Shiva Mahboubi, ex detenuta e portavoce di un comitato per la loro liberazione, parla di danni estesi alle strutture sanitarie, già precarie, aggravando ulteriormente le condizioni di chi è costretto a vivere tra quelle mura. Sebbene Teheran non abbia ancora rilasciato un bilancio ufficiale, l’operazione israeliana sembra volutamente mirata a colpire non solo obiettivi militari, ma anche i "simboli del potere" degli ayatollah.

Evin, più che un penitenziario, è un microcosmo della storia iraniana recente: dietro le sue sbarre hanno languito alcune delle menti più brillanti del Paese, mentre fuori si susseguivano proteste e repressioni. L’edificio, che sorge nella capitale, è diventato l’emblema di un sistema che non tollera dissenso, eppure, paradossalmente, è anche il luogo da cui sono partite alcune delle voci più coraggiose contro il regime. L’attacco arriva in un momento di crescente tensione tra Israele e Iran, dopo una serie di provocazioni reciproche, e sembra voler mandare un messaggio preciso: colpire Evin significa sfidare apertamente l’apparato di controllo su cui si regge Teheran.

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