Trump: «In Iran stiamo facendo molto bene, non avranno mai l’arma atomica»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Casa Bianca torna a farsi teatro di un’affermazione destinata a segnare un’ulteriore cesura nell’approccio americano al conflitto in corso con l’Iran, e lo fa con la voce, inconfondibile, di Donald Trump. Il presidente, intervenendo a un evento ufficiale, ha rivendicato l’andamento delle operazioni militari con una nettezza che non lascia spazio ad ambiguità: «Stiamo facendo molto bene», ha detto, per poi ribadire con forza un punto che considera non negoziabile, ovvero l’impossibilità, per Teheran, di dotarsi dell’arma nucleare. Un obiettivo, quest’ultimo, che secondo il capo dello Stato avrebbe dovuto essere perseguito con ben altra determinazione già da chi lo aveva preceduto alla guida del Paese.

Le parole del presidente: «Israele si fermerà quando lo vorremo noi»

In un successivo scambio con i giornalisti, tenutosi all’esterno dello stesso complesso della Casa Bianca, Trump ha allargato il campo, offrendo una chiave di lettura altrettanto esplicita riguardo al ruolo americano nel più ampio scacchiere mediorientale. La guerra con l’Iran, ha spiegato, proseguirà secondo i tempi e le modalità stabilite da Washington, e lo stesso vale per l’azione di Israele, il cui impegno bellico – ha affermato – cesserà soltanto quando gli Stati Uniti lo decideranno. Una dichiarazione che, nel suo schema, fotografa una gerarchia chiara e una volontà di gestione diretta del conflitto, senza deleghe implicite.

«Li stiamo annientando»: niente cessate il fuoco, l’analisi dei successi militari

La linea tracciata dall’amministrazione non contempla, allo stato attuale, ipotesi di tregua. Il presidente stesso ha escluso in modo categorico qualsiasi cessate il fuoco, utilizzando una terminologia che rimanda a un’offensiva portata avanti senza soluzione di continuità: «Li stiamo annientando», ha affermato, descrivendo con dovizia di particolari – ma senza addentrarsi in dettagli operativi sensibili – quella che considera una sequenza di successi. La marina iraniana, l’aeronautica, le difese antiaeree: secondo la ricostruzione fornita dal presidente, tutti questi settori sarebbero stati «messi fuori combattimento», al punto da garantire agli Stati Uniti una libertà di movimento ormai totale nella regione.

Proprio in queste ore, tuttavia, il quadro internazionale appare attraversato da crescenti tensioni, con gli effetti del conflitto che iniziano a riverberarsi sulle dinamiche economiche globali. A richiamare l’attenzione su questo aspetto sono stati in particolare i canali diplomatici dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite, che hanno espresso preoccupazione per i rischi di un’ulteriore escalation.

L’indizio di un ridimensionamento: lo Stretto di Hormuz e la valutazione di un primo passo indietro

Proprio in un contesto così incandescente, una frase pronunciata dal presidente – e poi rilanciata in un post su Truth social – ha cominciato a essere interpretata come un possibile segnale di svolta. Dopo tre settimane di conflitto, scatenato dagli attacchi del 28 febbraio, Trump ha fatto per la prima volta un esplicito riferimento all’ipotesi di un ridimensionamento dell’impegno militare statunitense. «Ci stiamo avvicinando sempre di più al raggiungimento dei nostri obiettivi», ha scritto, «mentre valutiamo la graduale riduzione dei nostri enormi sforzi militari in Medio Oriente in relazione al regime terroristico iraniano».

A rafforzare il senso di una possibile transizione, il presidente ha aggiunto un dettaglio operativo non secondario: lo Stretto di Hormuz, ha detto, dovrà essere sorvegliato da quei paesi che lo utilizzano. Un passaggio che, nelle intenzioni dichiarate, lascia intendere un arretramento del ruolo diretto americano a favore di una maggiore responsabilizzazione degli attori regionali, senza che ciò significhi, almeno nelle parole ufficiali, una rinuncia agli obiettivi strategici dichiarati.

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