Il destino della Capitale della Cultura, tra esclusioni e nuove speranze
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Redazione Interno
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La proclamazione delle dieci finaliste per il Titolo di Capitale italiana della Cultura 2028 ha inevitabilmente generato, accanto alle gioie per l’ammissione, un moto di delusione in chi il traguardo non lo ha centrato, innescando un dibattito che spesso trascende i meriti dei singoli progetti per sfociare in recriminazioni di carattere politico. Una dinamica che, secondo quanto affermato da alcuni osservatori, rischierebbe di essere controproducente e di offuscare il valore intrinseco dei percorsi intrapresi. "Etichettare la dualità di candidature a capitale italiana della Cultura nel Sannio come un fallimento della politica non è corretto", si è sostenuto, precisando che narrazioni basate sull’idea del "doppione" risultano fuorvianti rispetto all’effettivo svolgimento dei fatti. In politica, come nella vita, la critica e anche l’autocritica valgono a qualcosa soprattutto se costruttive, evitando quindi sterili autolesionismi che poco aggiungono alla sostanza.
Le reazioni dopo l'esclusione
La delusione è palpabile a Galatina, esclusa dalla shortlist finale, dove l’amministrazione comunale e quanti hanno lavorato al dossier hanno espresso un comprensibile rammarico. Il sindaco, in una lettera ai cittadini, ha parlato della necessità di avere "coraggio" e di proseguire nel percorso intrapreso, che ha reso la città "il punto di riferimento di un’Area Vasta", lasciando in eredità un progetto con "ampio margine di crescita". Un tentativo, il suo, di trasformare una battuta d’arresto in un’opportunità per consolidare un cammino che non si esaurisce con una competizione. Diverso il clima in Irpinia, dove l’ammissione del progetto “L’Appia dei Popoli” per Mirabella Eclano è stata accolta come un traguardo storico, essendo la prima volta che un Comune di quella provincia accede a tale fase. La presidente provinciale di Fratelli d’Italia ad Avellino ha sottolineato l’importanza di "valorizzare ciò che unisce, piuttosto che ciò che divide", indicando nella candidatura un risultato di grande valore per l’intero territorio.
Il peso delle narrazioni e i fatti di cronaca
Al di là degli esiti, il processo di selezione per la Capitale della Cultura solleva questioni più ampie sulle narrazioni che accompagnano i territori, talvolta difficili da scalfire. È il caso di Rozzano, la cui candidatura è naufragata insieme alla speranza di affrancarsi da un’immagine negativa consolidata. La cittadina, che cerca periodicamente di scrollarsi di dosso l’etichetta di "Rozzangeles", si è vista riportare "amaramente coi piedi per terra" dopo l’esclusione, in una concomitanza di eventi che ha riacceso i riflettori sulla sua complessa realtà. L’ultimo grave fatto di cronaca nera, l’omicidio di Domenico Lorusso, ha infatti riportato alla ribalta le criticità di alcune sue aree, dimostrando come certi percorsi di riscatto, culturale e sociale, siano ostacolati da dinamiche profonde e dolorose, sulle quali le inchieste giudiziarie continuano il loro corso.
Oltre il risultato immediato
Ciò che emerge, al di là del verdetto della commissione, è la volontà di molti territori di utilizzare la candidatura come una leva per un cambiamento di più lungo periodo. I progetti culturali, una volta strutturati, diventano patrimoni della collettività, indipendentemente dal vincere un titolo. La sfida, per molti, sta nel saperli mantenere vivi e nel continuare a coinvolgere le energie migliori, senza disperdersi in polemiche che rischiano solo di dividere. La politica, in questo, è chiamata a un ruolo di responsabilità, sostenendo processi che, per loro natura, richiedono tempi lunghi e visioni ampie, lontane dalle logiche della contingenza e della competizione fine a sé stessa. La cultura, dopotutto, può rappresentare un potente collante sociale, come dimostrano le parole di chi, pur nella sconfitta, guarda già al futuro del proprio territorio.




