Siria, un nuovo parlamento sorge tra ombre e esclusioni
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Redazione Esteri
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Domenica 5 ottobre, un voto indiretto e parziale ha segnato, almeno sulla carta, una discontinuità con un passato autoritario che per più di mezzo secolo aveva negato qualsiasi forma di partecipazione democratica. L’elezione del nuovo parlamento, il primo dopo la fuga in Russia dell’erede della dinastia, Bashar al-Assad, avvenuta alla fine dello scorso dicembre, si è però rivelata un’operazione condotta dentro un perimetro rigidamente controllato.
Un elettorato selezionato e un processo a due fasi
A essere chiamati alle urne, infatti, non sono stati i cittadini nel loro insieme, bensì una cerchia ristretta di circa seimila elettori, selezionati su una popolazione di venticinque milioni e mezzo di persone, i quali hanno a loro volta eletto i rappresentanti. Una procedura articolata in due fasi, dove commissioni elettorali istituite ad hoc hanno prima nominato gli elettori stessi, che poi hanno proceduto a scegliere i parlamentari al proprio interno.
I risultati e la composizione dell'assemblea
I risultati preliminari, pubblicati dal governo di Damasco guidato da Ahmad al-Shara’a, hanno così composto un’assemblea di 210 seggi, i cui vincitori provengono per la quasi totalità da liste approvate dall’esecutivo. A costoro, che formeranno circa due terzi dell’emiciclo, si andranno ad aggiungere altri settanta parlamentari che il presidente ed ex combattente jihadista si riserva di nominare a sua discrezione, completando un quadro in cui il potere esecutivo mantiene un’influenza decisiva sulla rappresentanza. La composizione che ne emerge, stando ai dati diffusi, appare come un mosaico dove le tessere mancanti parlano più forte di quelle presenti: le donne elette sono soltanto sei, mentre le minoranze religiose ed etniche si spartiscono complessivamente una manciata di seggi, con due rappresentanti per gli alawiti e nessuno per la componente ebraica, nonostante la simbolica candidatura di Henry Hamra, rabbino sirio-americano, il primo di fede ebraica dal 1967.
Le ombre sull'esclusione e le tensioni
Mentre in molti, all’interno del paese, hanno celebrato l’evento come il simbolo della fine di un’era, la realtà dei fatti mostra come il percorso verso una piena democrazia sia ancora irto di ostacoli. Le elezioni, definite libere e democratiche “fino a un certo punto”, hanno di fatto visto la netta prevalenza dei musulmani sunniti, che del resto costituiscono la maggioranza della popolazione siriana, lasciando ai margini proprio coloro che, come i curdi, hanno da tempo avanzato rivendicazioni autonomiste. L’esclusione di ampi segmenti della popolazione dal processo elettorale non è stata l’unica ombra; lo scontro con la minoranza curda, che si è anche concretizzato in scontri armati con l’esercito del governo centrale, si è intensificato proprio in questo delicato frangente, aggiungendo un elemento di forte tensione a un quadro già complesso.
La legittimità contestata e le sfide future
Il nuovo parlamento, nato da un processo che molti osservatori definirebbero di “selezione-elezione”, si troverà ad affrontare il compito immane di dare al paese una nuova Costituzione e una legge elettorale che possa in futuro essere più inclusiva. Tuttavia, la legittità stessa dell’assemblea è messa in discussione dalla sua genesi, che ha visto la gran parte dei siriani semplicemente spettatori di un ristretto gioco di potere. Le assenze in aula, quindi, non sono solo una questione numerica o di rappresentanza di genere ed etnica, ma riflettono una frattura più profonda nella società, che il voto del 5 ottobre non è riuscito a sanare.




