Meloni e il caso del tricolore a Merano: «Simbolo vivo, non ornamento»
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Redazione Interno
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«Il Tricolore non è un ornamento». Con queste parole, nette e prive di ambiguità, Giorgia Meloni è intervenuta sulla polemica scatenata dal gesto della neosindaca di Merano, Katharina Zeller, che durante l’insediamento ha rimosso la fascia con i colori della bandiera italiana per posarla sul tavolo. Un atto, quello della prima cittadina altoatesina, che ha immediatamente acceso un dibattito acceso, trascinando nella discussione non solo i partiti ma anche l’opinione pubblica.
La premier, senza citare direttamente Zeller, ha affidato ai social un messaggio chiaro: la bandiera, ha scritto, è «il simbolo vivo dell’unità nazionale, della nostra storia e dei valori fondanti della Repubblica». Un richiamo che, al di là delle intenzioni della sindaca – la quale ha poi spiegato di aver agito senza «secondi fini» – suona come una difesa d’ufficio di un emblema che, soprattutto in territori a forte identità locale come l’Alto Adige, assume un significato politico e culturale particolarmente sensibile.
Merano, del resto, è una città dove convivono – non sempre pacificamente – tradizioni diverse. Lungo le sue strade, tra locali che servono piatti tipici tirolesi e insegne di negozi con nomi italiani, si respira una doppia anima, quella mitteleuropea e quella mediterranea. Un equilibrio che, almeno in superficie, sembra reggersi su un’integrazione ormai consolidata, ma che ogni tanto riaffiora in gesti simbolici come quello di Zeller.
La sindaca, esponente dell’Spd, ha cercato di stemperare la polemica assicurando che il suo gesto non voleva essere una provocazione, ma la reazione immediata – e forse mal calibrata – è bastata a scatenare accuse di «oltraggio» allo Stato. Quel che è certo è che, in un momento in cui le autonomie locali sono al centro del dibattito politico, episodi del genere rischiano di riaprire ferite mai del tutto sanate.
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