Il progetto Freedom di Trump affondato dall’Arabia Saudita
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Redazione Esteri
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Che il gigante americano, per quanto ancora armato fino ai denti e retto da un presidente navigato come Donald Trump, dovesse fare i conti con le nuove gerarchie del Medio Oriente, lo si era intuito già mesi fa. Ma la conferma, amara e inequivocabile, è arrivata ieri: il cosiddetto Project Freedom, quel piano ambizioso – se non temerario – volto a scortare le navi mercantili lungo lo Stretto di Hormuz, una delle arterie marittime più strategiche del pianeta, è stato di fatto affondato dall’Arabia Saudita. Non da un attacco missilistico diretto, si badi, ma da un’indisponibilità politica che i vertici di Riad non hanno nemmeno cercato più di nascondere. E così, gli stessi Stati Uniti, che pure avevano sbandierato ai quattro venti l’iniziativa, si sono ritrovati a dover attendere la risposta iraniana su un altro fronte: quello, ben più delicato, del memorandum d’intesa per fermare la guerra. Una paginetta, scrive Axios (ormai una voce ricorrente in queste dinamiche), che Washington ha pubblicizzato con la solita enfasi, ma che Teheran sta valutando con una calma fin troppo eloquente.
Proprio mentre l’attenzione si concentrava sulle acque dello Stretto, dove una nave mercantile sudcoreana sarebbe stata – secondo voci che Teheran ha però prontamente smentito – bersaglio di un attacco, la Casa Bianca si è trovata a gestire una crisi parallela. Da un lato, Trump ha alzato il tiro: un nuovo accordo con l’Iran, ha dichiarato a Bloomberg, «potrebbe accadere da un giorno all’altro», salvo poi aggiungere, con quel suo tipico realismo da trattativista, che il fallimento totale resta un’opzione sul tavolo. Dall’altro, i fatti parlano chiaro: le forze statunitensi hanno attaccato obiettivi iraniani, e Teheran ha risposto con missili e droni contro tre navi americane. Sul fronte mediatico, però, è Trump stesso a raccontare l’esito, sul suo Truth Social, rivendicando il passaggio vincente di tre cacciatorpediniere «sotto il fuoco» fuori dallo Stretto. Nessun danno alle unità Usa, assicura, mentre «gli aggressori iraniani sarebbero stati completamente distrutti insieme a numerose piccole imbarcazioni»; i missili – prosegue – venivano abbattuti con facilità, e i droni «furono inceneriti mentre erano in aria».
L’attesa per la risposta di Teheran e il nodo Hormuz
Nel frattempo, l’elemento che tiene in sospeso l’intera regione è la risposta iraniana al memorandum. La Cnn l’ha data per imminente, addirittura «oggi», mentre altre fonti parlano di un termine entro due giorni, comunque prima del viaggio di Trump in Cina previsto per il 14-15 maggio. Un silenzio, quello di Teheran, che non è mai neutro: prendersi tutto il tempo significa, in questa guerra di nervi, dettare il ritmo. E mentre i riflettori restano accesi sulle acque di Hormuz – teatro di un’incursione che Trump definisce un successo, ma che conferma la fragilità del dispositivo navale americano – l’Arabia Saudita osserva. E non muove una nave.
Memorandum, missili e una scorta che non c’è
La verità, per quanto cruda, è che il Project Freedom era nato già zoppo. Senza il sostegno logistico – o almeno quello politico – di Riad, qualunque operazione di scorta nello Stretto diventa un azzardo. E il fatto che Washington abbia dovuto subire un fuoco iraniano senza poter contare su una coalizione regionale solida lo dimostra. Trump, dal canto suo, continua a ripetere che «la tregua resta in vigore», ma la sua stessa amministrazione non può negare che i cacciatorpediniere abbiano transitato «con grande successo» solo dopo aver incassato e risposto a un attacco. Una definizione, quella di successo, che suona quanto meno sbilanciata se si considera che Teheran, pur accusando «gravi danni» alle proprie forze, non ha mai smesso di rivendicare il diritto di chiudere il Golfo.




