InvestCloud chiude la sede di Marghera, 37 lavoratori sostituiti dall’intelligenza artificiale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La rivoluzione tecnologica, quella di cui si leggono da anni i report e si ascoltano le previsioni nei convegni, ha trovato una sua prima, concreta materializzazione nella terraferma veneziana. È successo a Marghera, dove la multinazionale americana InvestCloud, attiva nel settore della tecnologia finanziaria e nella creazione di piattaforme digitali per banche e consulenti, ha avviato la procedura di licenziamento collettivo per l’intera forza lavoro della sua unica sede italiana. Trentasette persone, per la precisione un dirigente, sette quadri e ventinove impiegati – tutti ingegneri o informatici con competenze specialistiche – si sono visti recapitare, tramite una lettera inviata ai sindacati lo scorso 9 marzo, la comunicazione della cessazione dell’attività nella sede veneta. La motivazione, esplicitata senza troppi giri di parole nel documento indirizzato a Federmeccanica, alle organizzazioni sindacali e a Confindustria Veneto Est, risiede in un profondo “riallineamento strutturale” del gruppo, un processo di trasformazione avviato già da diciotto mesi che punta a integrare completamente i sistemi con l’intelligenza artificiale.

Il modello organizzativo precedente, basato su squadre di sviluppatori dislocate in vari Paesi per adattare i prodotti alle esigenze locali, viene descritto dall’azienda come ormai obsoleto e incompatibile con le nuove strategie globali. Nella lettera alle parti sociali si parla di “duplicazioni operative, economie di scala ridotte e tempi di sviluppo più lunghi”, inefficienze che la casa madre intende superare concentrando le competenze in pochi “centri di eccellenza globali”. Al centro di questa riorganizzazione, che prescinde dal mantenimento di strutture nazionali autonome, c’è la cosiddetta Smart Platform, una piattaforma tecnologica integrata che si basa in maniera preponderante su soluzioni di intelligenza artificiale, capaci, nelle intenzioni del gruppo, di massimizzare i benefici in termini di produttività e automazione. La scelta, netta e drastica, è quella di sostituire il lavoro intellettuale dei propri dipendenti con algoritmi, ritenuti più veloci ed economici nella gestione di demo, ambienti cloud e sviluppo di soluzioni replicabili su scala internazionale.

La reazione dei sindacati e il disagio dei lavoratori di fronte a una nuova frontiera della crisi

Di fronte a questa decisione, che ha il sapore di un precedente destinato a fare scuola, i rappresentanti dei lavoratori hanno espresso una preoccupazione che va ben oltre il singolo caso. Daniele Giordano e Michele Valentini, rispettivamente segretari di Cgil e Fiom Venezia, hanno parlato di una vicenda emblematica, che dimostra come l’intelligenza artificiale non sia affatto uno strumento neutro, ma una leva che, se non governata, rischia di produrre una crescente dipendenza da grandi gruppi esteri che perseguono esclusivamente i propri interessi strategici. Il loro appello è per l’apertura immediata di un tavolo di crisi in Regione, non solo per tutelare i lavoratori coinvolti, ma per interrogarsi sul modello di sviluppo che si intende costruire per il territorio e per l’intero Paese. Un’analoga richiesta di nuove regolamentazioni arriva da Matteo Masiero della Fim Cisl di Venezia, il quale sottolinea come nel settore dell’ICT, dove si trattano beni immateriali e servizi digitali, i vincoli fisici legati alla localizzazione geografica del lavoro vengano meno, mettendo in crisi l’intero impianto delle tutele contrattuali esistenti.

Tra i dipendenti, convocati per un’assemblea nei giorni successivi all’annuncio, prevale un sentimento di sgomento misto a realismo. C’è chi, come riportano alcune cronache, ammette di trovarsi di fronte a una decisione presa e difficilmente reversibile, data la natura di multinazionale della controparte. Eppure, dalla stessa voce dei lavoratori emerge anche una puntualizzazione tecnica non secondaria: il lavoro di creazione di demo e gestione del cloud, ora demandato all’intelligenza artificiale, è certamente automatizzabile in condizioni standard, ma quando un meccanismo si inceppa, quando serve comprendere un’anomalia o adattare una soluzione a un contesto imprevisto, “la mano umana resta fondamentale”, come hanno tenuto a sottolineare. Una consapevolezza, la loro, che stride con la logica asettica di un’efficienza puramente numerica.

I numeri di un’azienda in utile e il paradosso della ristrutturazione globale

A rendere la vicenda ancora più emblematica, e per certi versi paradossale, concorrono i dati di bilancio della società. La InvestCloud Italy, ex Finantix, non è certo un’azienda in dissesto o in perdita. L’ultimo bilancio depositato, relativo al 2024, parla chiaro: un utile netto di 501mila euro e un fatturato in forte crescita, attestatosi a quasi 10 milioni di euro, con un incremento del 63% rispetto all’anno precedente. I ricavi pro capite, calcolati intorno ai 248mila euro per addetto, testimoniano una produttività che, secondo i canoni tradizionali, sarebbe considerata più che soddisfacente. Eppure, nella logica della casa madre statunitense, questi numeri non sono bastati a salvare i posti di lavoro. L’azienda, nella sua comunicazione, parla di un’attività divenuta “strutturalmente anti-economica e inefficiente”, un ossimoro che stride con i conti in ordine e che rivela come il metro di giudizio non sia più la redditività di una singola filiale, ma la sua conformità a un disegno globale incentrato sull’automazione estrema.

La capogruppo di Los Angeles, attraverso la holding lussemburghese che controlla la filiale veneziana, ha deciso che il futuro risiede nella scalabilità e nella replicabilità delle soluzioni offerte dall’AI, sacrificando sull’altare dell’innovazione tecnologica quelle competenze umane e quelle conoscenze dirette del territorio che fino a ieri rappresentavano un valore aggiunto. Un dipendente, intervistato da un quotidiano, ha riassunto così il paradosso: la competitività non è stata persa dai prodotti dell’azienda, ma dai suoi stessi dipendenti, ritenuti ormai superati dall’avanzare inarrestabile di una tecnologia più forte e performante.

Le prime reazioni istituzionali e il nodo della delocalizzazione tecnologica

Mentre i sindacati preparano l’incontro con l’azienda, fissato per il 19 marzo, e valutano quali strumenti normativi opporre alla decisione anche attraverso il tavolo di crisi della Regione Veneto, non sono mancate le prime reazioni dal mondo politico. Andrea Martella, candidato sindaco di Venezia per il centrosinistra, ha parlato di un “uso distorto della tecnologia, asservita a una logica di mero profitto”, rilanciando l’idea di fare di Venezia una “capitale internazionale dell’Intelligenza Artificiale Responsabile”, un luogo dove studiare e promuovere un utilizzo dell’IA al servizio dell’innovazione e dei lavoratori, e non contro di essi. Una posizione, la sua, che cerca di guardare oltre l’emergenza immediata per provare a tracciare un percorso di regole condivise.

Parallelamente, dalla giunta regionale veneta è arrivata una lettura parzialmente diversa della vicenda. L’assessore allo Sviluppo economico Massimo Bitonci ha invitato a non cadere in equivoci, sostenendo che, tecnicamente, la chiusura di Marghera non sarebbe imputabile in via esclusiva all’intelligenza artificiale, quanto piuttosto a una più classica operazione di delocalizzazione. Secondo Bitonci, la ristrutturazione del gruppo InvestCloud, che coinvolgerebbe complessivamente 150 lavoratori in sedi dislocate tra Gran Bretagna, Singapore e Stati Uniti, avrebbe come destinazione finale l’India. Una precisazione, la sua, che non sminuisce la portata dell’accaduto, ma lo inquadra in un fenomeno ancora più complesso, dove la sostituzione dell’uomo con la macchina si intreccia con gli antichi meccanismi della delocalizzazione produttiva verso Paesi con costi del lavoro più bassi. Il dato di fatto, al netto delle interpretazioni, resta però ineludibile: per la prima volta in Italia, una procedura di licenziamento collettivo viene motivata ufficialmente da un’azienda con la necessità di adottare un nuovo modello organizzativo basato sull’intelligenza artificiale.

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