L’intelligenza artificiale, il lavoro e quella fabbrica vuota a Marghera

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il futuro dell’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro viene spesso raccontato attraverso una semplificazione che finisce per essere fuorviante: da un lato, la si presenta come una leva quasi automatica di efficienza, capace di comprimere tempi e aumentare la produttività; dall’altro, come una minaccia indistinta destinata a spazzare via intere categorie professionali. Eppure, il punto davvero decisivo non sta né nell’entusiasmo, né nel rifiuto, ma nella qualità del rapporto che un’organizzazione instaura con questi strumenti. Per dirla con i ricercatori di Yale, che hanno recentemente analizzato l’impatto della tecnologia a tre anni dal lancio di ChatGPT, l’intelligenza artificiale non sostituirà i lavoratori in blocco, ma piuttosto singole mansioni, ridisegnando progressivamente il mercato del lavoro e comprimendo, soprattutto, quelle che potremmo definire le rendite salariali più alte. Se nel breve periodo l’effetto è quello di una riprogettazione dei ruoli, nel lungo periodo lo scenario potrebbe essere ben più radicale: se l’AI arrivasse a svolgere quasi tutte le attività economiche, il vero fattore produttivo non sarebbe più il lavoro umano bensì la potenza di calcolo, con una crescita trainata dal “compute” e una quota crescente di reddito concentrata nelle mani di chi controlla le infrastrutture tecnologiche.

Il caso InvestCloud e la fine del “patto formativo”

A distanza di quasi due secoli, un nuovo spettro si aggira per l’Europa e non solo – per riprendere il famoso inizio del Manifesto del Partito Comunista del 1848 di Marx e Engels – ma non si tratta più degli sfruttati pronti alla rivoluzione proletaria, bensì della nuova intelligenza artificiale generativa, quella dei grandi programmi linguistici come ChatGPT, Gemini o Claude. Un esempio concreto di questa trasformazione, che ha il sapore amaro di una vertenza industriale, arriva dal Veneto. InvestCloud Italy, filiale del gruppo statunitense leader nella consulenza finanziaria, ha avviato il licenziamento collettivo di tutti i 37 dipendenti della sua sede di Marghera, l’unica presente nel nostro Paese. La motivazione ufficiale, contenuta nella lettera inviata alle parti sociali, parla di un nuovo modello organizzativo basato su sistemi integrati con l’intelligenza artificiale che “non prevede il mantenimento di strutture locali autonome”.

Quello che rende emblematico questo caso, al di là del numero pur significativo di lavoratori coinvolti, è la constatazione che la filiale non era in crisi: con un fatturato annuale di 10 milioni di euro e un utile di 500mila euro, l’attività era in espansione. Eppure, all’azionista che percepirà i lauti profitti o al Ceo che potrà vedere il suo bonus aumentare non importa nulla di quanti perderanno il posto del lavoro, in Italia o altrove. Questo episodio ci offre diversi spunti di riflessione, chiarendo innanzitutto il tipo di innovazione portata avanti dai nuovi modelli di AI: si tratta di un’innovazione definita “drastica”, che rende obsoleti i processi produttivi precedenti. La conseguenza fondamentale è un massiccio ricorso al licenziamento, totale nel caso della filiale di Marghera, in un contesto dove la finanza quantitativa – campo ideale per l’applicazione dei modelli di AI – vede i programmi esperti sostituire progressivamente il consulente tradizionale.

Competenze, praticantato 4.0 e l’ingranaggio rotto

Se il capitalismo finanziario non guarda in faccia a nessuno, il mondo del lavoro dal basso sta vivendo una crisi altrettanto profonda, legata al cosiddetto “patto formativo”. Per decenni, questo patto è stato in molti casi un baratto quasi feudale: il trasferimento del sapere in cambio di un’infaticabile manovalanza a costo ridotto. Oggi, quell’ingranaggio si è rotto. Se l’AI può setacciare i database in pochi secondi, un talento non accetta più di fare la “fotocopiatrice umana” in cambio di un rimborso spese. Il problema, dunque, non è che i giovani siano “meno brillanti” o “svogliati”, ma che il mercato del lavoro è cambiato radicalmente e la promessa implicita che ha sostenuto il compromesso sociale fordista – “tu ti assoggetti oggi e io ti prometto che domani avrai un lavoro e una casa” – non opera più efficacemente nelle economie occidentali.

Questa trasformazione strutturale si scontra con un sistema regolativo ancora fortemente ancorato a logiche categoriali. Le nuove generazioni non trovano più credibile lo scambio tra obbedienza e sicurezza, mentre il mercato del lavoro si frammenta in impieghi discontinui, precari e digitalmente intermediati. Il rapporto di ManpowerGroup conferma questa tendenza, evidenziando come entro il 2030 il 39% delle skill fondamentali cambierà, con meno della metà delle persone che ha ricevuto formazione recente. C’è un rischio crescente di divari nelle capacità digitali, mentre la carenza di talenti e l’invecchiamento della forza lavoro trasformano già le strategie di assunzione. Le competenze che faranno realmente la differenza, in questo scenario, saranno quelle tipicamente umane – creatività, giudizio, visione ed etica – che la tecnologia può amplificare ma non sostituire.

Dall’automazione alla collaborazione: il nodo della produttività

A dispetto delle narrazioni apocalittiche, lo studio di Yale sottolinea come i cambiamenti nella composizione dei posti di lavoro procedano a un ritmo leggermente più rapido rispetto al passato, ma la differenza non è così evidente da giustificare l’allarme sociale. Le nuove tecnologie richiedono in genere tempo per apportare trasformazioni strutturali: basti pensare al computer, divenuto di uso comune negli uffici solo quasi un decennio dopo la sua iniziale diffusione. Tuttavia, il dibattito pubblico e manageriale continua a raccontare l’AI attraverso una semplificazione che finisce per essere fuorviante, quando invece il punto decisivo sta nella qualità del rapporto che un’organizzazione instaura con questi strumenti. Le aziende stanno riprogettando i ruoli professionali per integrare in modo più efficace l’intelligenza artificiale: i super team del futuro saranno sempre più ibridi, composti da persone, agenti AI e talenti esterni.

L’entusiasmo per le potenzialità dell’AI, però, si scontra con ostacoli concreti: il 34% delle aziende segnala costi elevati, il 33% teme per la privacy dei dati e il 30% evidenzia un significativo gap di competenze interne. Inoltre, come sottolineato dal rapporto di ManpowerGroup, un’automazione orientata alla sostituzione rischia di indebolire resilienza e continuità operativa: nonostante il 61% delle imprese a livello mondiale preveda di aumentare gli investimenti in automazione, molte realtà stanno riconsiderando le proprie scelte dopo aver constatato che le tecnologie attuali non sono ancora pienamente in grado di operare in autonomia. Il rischio, insomma, è quello di inseguire un’efficienza a tutti i costi senza costruire le basi culturali e formative perché questa transizione sia, davvero, un’opportunità e non solo una frattura sociale.

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