Barbara Tabita: la rinascita dopo sette anni di malattia tra gravidanza e inferno
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nel salotto di Silvia Toffanin a Verissimo, Barbara Tabita ha tracciato, con una pacatezza che non nasconde la profondità delle ferite, il contorno di un calvario personale lungo sette anni. L’attrice, il cui volto è noto al pubblico televisivo e cinematografico, ha scelto di raccontare senza veli una battaglia contro una patologia debilitante, il cui esordio è coinciso, in maniera subdola e tragica, con il periodo della maternità. Una storia che lega indissolubilmente la gioia di una nascita, quella della figlia Beatrice, al precipitare di una condizione fisica e psicologica ai limiti della sopportazione.
L'inizio dell'incubo in gravidanza
La decisione di tornare in Sicilia, terra delle sue origini, e di ricostruire un legame con l’ex compagno Simone Mazzone, apriva un capitolo esistenziale nuovo, segnato dal desiderio di una famiglia. “Non avevo l’idea di famiglia nel Dna”, ha confessato l’attrice, spiegando come la priorità fosse sempre stata il lavoro, fino a quando, a 44 anni, è rimasta incinta. Quel momento di svolta, però, fu accompagnato da sintomi insidiosi: nausee e vertigini intense, che neppure il parto riuscì a dissipare. I primi segnali, che alcuni avrebbero liquidato come disturbi legati alla gestazione, si rivelarono invece i prodromi di una patologia più seria e invalidante, destinata a durare anni.
L’isolamento e il dolore insopportabile
Il quadro clinico, infatti, peggiorò drasticamente dopo la nascita di Beatrice, nel 2018. I mal di testa divennero violenti, persistenti, resistenti a qualunque terapia farmacologica, incluso il cortisone. Un dolore tale, ha ricordato Tabita, da annullare completamente la sua vita, privandola della possibilità di godere appieno degli anni della prima infanzia della figlia. Quella condizione, che lei stessa ha definito “inferno”, la condusse sul baratro di una scelta estrema, portandola “a voler smettere di vivere”. Una sofferenza fisica che si trasformò in una prigione, aggravata dal fatto che la malattia, ancora non diagnosticata con precisione, si insinuava in un organismo che aveva già conosciuto due lievi episodi ischemici in passato.
La diagnosi e la solitudine della guarigione
Il percorso verso una diagnosi, che l’attrice non ha specificato nel dettaglio ma che ha chiarito essere giunta solo dopo il parto, fu lungo e faticoso. Quegli anni, sottratti alla carriera e soprattutto alla relazione con la piccola Beatrice, sono stati descritti come un furto del tempo più prezioso. E paradossalmente, come accade in certi drammi personali, l’inizio della guarigione coincise con un altro evento doloroso: la fine della relazione con il padre di sua figlia. “Quando ho iniziato a guarire sono stata lasciata”, ha rivelato, dipingendo un quadro di abbandono nel momento in cui, dopo tanta lotta, intravedeva una luce.
I cinquant'anni come rinascita completa
Oggi, alla soglia dei cinquant’anni, Barbara Tabita parla di “rinascita completa”. Un traguardo che non è anagrafico, ma esistenziale, conquistato dopo aver attraversato una prova che ha minato le sue fondamenta fisiche ed emotive. Il suo racconto a Verissimo non è stato una semplice rievocazione del passato, ma il resoconto di un percorso di resilienza, dove la malattia, pur avendo rubato anni preziosi, non è riuscita a spegnere la voglia di risalire la china. Una testimonianza che, al di là dei riflettori, tocca le corde di chi ha conosciuto la solitudine del dolore cronico e la fatica di ricostruirsi.




