Il figlio di Narges Mohammadi: «La detenzione di mia madre è un inferno, liberatela»
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Redazione Esteri
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Ali Rahmani, che una settimana fa ha compiuto diciannove anni – «Diciannove», precisa lui, quasi a sottolineare un’età che, pur giovanissima, porta il peso di una maturità forzata –, parla da Parigi, dove vive in esilio. Sua madre, Narges Mohammadi, insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2023, è di nuovo in carcere in Iran dopo un arresto avvenuto durante una commemorazione. Ali, che insieme alla gemella Kiana ritirò il premio a Oslo, racconta una crescita accelerata dall’assenza della figura materna, descrivendo una vita resa volutamente complicata dal regime, la quale, nonostante le difficoltà, non spegne la richiesta di giustizia.
Un ciclo repressivo che non conosce tregua
L’arresto della Mohammadi si inserisce in un quadro più ampio di repressione, che colpisce con particolare durezza le donne, le quali, anche in mezzo a una crisi economica nazionale di vaste proporzioni – con blackout e scarsità d’acqua che affliggono la popolazione –, continuano a essere il bersaglio di una politica di controllo. Pochi giorni prima della sua detenzione, infatti, le autorità avevano fermato due organizzatori di una maratona alla quale avevano preso parte migliaia di donne, molte delle quali senza osservare l’obbligo del velo, dimostrando come la vigilanza sul femminile rimanga una priorità, a dispetto delle altre emergenze che attanagliano il paese.
La preoccupazione degli attivisti in esilio
La vicenda giudiziaria della Nobel, della quale al momento non si conosce l’esatta collocazione, genera allarme tra i dissidenti iraniani costretti a vivere fuori dai confini nazionali. Shervin Haravi, avvocata e attivista per i diritti umani, ha espresso pubblicamente la propria inquietudine, sottolineando come le violenze subite dalla Mohammadi rappresentino un monito per tutti coloro che lottano per i medesimi ideali. Questi arresti, spesso seguiti da processi non trasparenti, hanno l’effetto di isolare gli oppositori interni, scoraggiando al contempo nuove forme di protesta.
Una strategia che passa attraverso le carceri
Il sistema, del resto, sembra fare affidamento proprio sulla detenzione e sulla pressione esercitata sui familiari degli attivisti per mantenere il controllo, una pratica che Ali Rahmani sperimenta direttamente sulla propria pelle. La richiesta di scarcerare sua madre e tutti gli altri prigionieri politici non è quindi solo un appello umanitario, ma il riflesso di una precisa tattica di governo che, attraverso la reclusione delle voci più scomode, cerca di tacitare il malcontento. Resta il fatto che, nonostante gli sforzi per mettere a tacere il dissenso, le vicende come quelle della famiglia Rahmani continuano a emergere, raccontando una resistenza che persiste oltre le sbarre.




