Il conflitto allargato: attacchi israeliani su Beirut e Baalbek, razzi da Hezbollah e lo Stretto di Hormuz chiuso

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il quinto giorno di quella che ormai si configura come una guerra regionale aperta si apre con un bilancio di vittime civili in aumento e con il fronte che, da Gaza e dal confine israelo-libanese, si è ormai definitivamente allargato a includere l’Iran e le vie d’acqua fondamentali per l’economia globale. Nelle scorse ore, l’aviazione israeliana ha condotto una serie di bombardamenti in profondità nel territorio libanese, colpendo non solo la roccaforte di Hezbollah nella periferia sud di Beirut, ma anche la città di Baalbek, nell’est del paese. Secondo quanto riportato dai media statali libanesi e confermato dal ministero della Salute, un edificio residenziale di quattro piani nel quartiere di Al Matraba, a Baalbek, è stato completamente raso al suolo da un attacco aereo all’alba. Le operazioni di soccorso, tuttora in corso, si svolgono tra le macerie da cui emergono grida di aiuto e dove, secondo testimonianze raccolte sui social, al momento del crollo potrebbero trovarsi decine di persone. Ad aggravare il quadro, un secondo attacco ha centrato un hotel nel sobborgo di Hazmieh, a Beirut, mentre più a sud, nelle località di Aramoun e Saadiyat, si contano almeno sei vittime. Colpiti, in questo caso, obiettivi situati al di fuori dei tradizionali perimetri d’influenza del partito sciita, un dettaglio, quest’ultimo, che suggerisce un allargamento dei criteri di selezione dei bersagli da parte dello Stato Maggiore israeliano.

Parallelamente all’escalation in Libano, il confronto diretto con l’Iran ha superato la soglia dello scontro a distanza per trasformarsi in un vero e proprio conflitto dichiarato. Le forze statunitensi e israeliane hanno portato a termine, a partire dal 28 febbraio, oltre millesettecento attacchi contro obiettivi all’interno del territorio iraniano – una campagna che, secondo Teheran, avrebbe causato la morte di centinaia di civili e il ferimento di molte altre persone, colpendo anche scuole e strutture sanitarie nonostante la propaganda iniziale parlasse di attacchi chirurgici a installazioni militari. La risposta del regime degli ayatollah non si è fatta attendere e si è materializzata sia attraverso il lancio di droni e missili verso Israele, in quella che è stata definita la sedicesima fase dell’operazione “Promesse reali”, sia con una mossa dalla portata economica potenzialmente devastante: la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Lo Stretto di Hormuz e la risposta di Hezbollah

Il blocco dello Stretto di Hormuz, annunciato dal delle Guardie della Rivoluzione Islamica, rappresenta l’escalation più significativa per gli equilibri energetici mondiali. Attraverso quel sottile corridoio largo poco più di venti chilometri transita circa un terzo del petrolio greggio mondiale e gran parte del gas naturale liquefatto. Le autorità iraniane sono state esplicite: non sarà permesso il passaggio a nessuna nave, e qualsiasi tentativo di attraversamento verrà considerato ostile, con le petroliere che potrebbero essere “attaccate e incendiate”. Le conseguenze sono già tangibili, con circa centocinquanta navi ferme ai due lati del canale e i giganti del trasporto marittimo come Maersk che hanno sospeso le traversate, mentre il prezzo del greggio Brent ha superato la soglia degli ottanta dollari al barile, con prospettive di un’impennata ben più decisa se la situazione dovesse prolungarsi.

Sul versante militare, Hezbollah ha rivendicato una serie di attacchi contro il nord di Israele, prendendo di mira in particolare la base navale di Haifa con “una raffica di missili di qualità”, in risposta ai bombardamenti che stanno martoriando le periferie di Beirut e le città del sud. La formazione sciita ha dichiarato di aver colpito anche postazioni di tank israeliani al di qua del confine e basi nelle alture del Golan, confermando un’escalation nella frequenza e nella gittata dei tiri. Nel frattempo, il conflitto ha lambito anche Cipro, dove è stata attaccata una base della forza aerea britannica, spingendo la Francia a ordinare il dispiegamento della portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo orientale, insieme a caccia Rafale e sistemi di difesa anti-aerea, per proteggere gli interessi e gli alleati nell’area, a partire dalla stessa Cipro.

Iraq nel mirino e il rischio di un fronte regionale

L’Iraq, da tempo un precario equilibrio tra le influenze statunitense e iraniana, si trova ormai pienamente coinvolto nelle ostilità. Nella serata di martedì, un drone è stato abbattuto nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, mentre poche ore prima le forze di sicurezza avevano sequestrato nove razzi pronti per essere lanciati contro lo scalo. Più a sud, una base militare che ospita il gruppo armato filo-iraniano Kataeb Hezbollah, a Jurf al-Nasr, è stata nuovamente colpita da un raid aereo: fonti interne alla fazione parlano di danni materiali, in un contesto che ha già visto morire oltre dieci miliziani dall’inizio dell’offensiva. Nel Kurdistan iracheno, nella regione autonoma di Sulaymaniya, un attacco con drone ha preso di mira un edificio precedentemente utilizzato dalle Nazioni Unite, mentre accampamenti di gruppi curdi iraniani sono finiti sotto tiro, ingrossando il numero di teatri in cui la polvere da sparo si è ormai alzata. La cosiddetta “Resistenza Islamica in Iraq”, un ombrello che coordina diverse milizie, ha moltiplicato le rivendicazioni di attacchi contro basi che ospitano forze americane, dimostrando come l’asse anti-israeliano tenti di allargare il conflitto su più fronti, con l’obiettivo dichiarato di logorare la capacità di risposta di Tel Aviv e Washington.

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