Israele allarga il raggio dei suoi attacchi in Libano, colpiti un hotel a Beirut e un palazzo a Baalbek: almeno undici le vittime accertate

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’esercito israeliano ha intensificato nella notte le operazioni militari oltre il confine, e lo ha fatto allargando il perimetro degli obiettivi finora battuti: non più soltanto roccaforti storiche di Hezbollah nel sud del Paese o nella periferia meridionale della capitale, ma anche zone fino a ieri risparmiate dalla violenza del conflitto, come la cittadina di Baalbek, nell’est del Libano, e il quartiere prevalentemente cristiano di Hazmieh, a Beirut, dove un attacco aereo ha centrato in pieno una struttura ricettiva trasformando un luogo di passaggio in un cumulo di macerie.

Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa nazionale libanese, che parla di “aerei nemici” e utilizza il termine “martiri” per descrivere le vittime, all’alba un edificio residenziale di quattro piani – situato nel complesso di Al Matraba a Baalbek, area che da tempo è considerata una roccaforte del partito sciita – è stato completamente raso al suolo da un raid, e sotto le macerie, come testimoniano alcuni video verificati che circolano in rete e mostrano soccorritori intenti a ispezionare i detriti da cui si levano grida di aiuto, sarebbero rimaste intrappolate decine di persone.

Le operazioni di salvataggio, ostacolate dalla carenza di mezzi pesanti e dalla furia con cui la struttura è collassata, procedono con lentezza mentre il bilancio delle vittime, pur provvisorio, continua ad aggravarsi: fonti della protezione civile libanese e del ministero della Salute confermano per ora undici morti accertati, un numero destinato purtroppo a salire nelle prossime ore, ma le stime più preoccupanti – riportate da testimoni e rilanciate da alcuni organi di stampa internazionali – parlano di una sessantina di persone che potrebbero trovarsi ancora sepolte vive sotto tonnellate di cemento e polvere.

La strategia militare si allarga e le difese siriane entrano in azione

Non si tratta soltanto di una reazione ai lanci di razzi avvenuti nelle ultime quarantotto ore da parte di Hezbollah – che pure ha rivendicato attacchi contro postazioni israeliane al confine e contro la base navale di Haifa, utilizzando missili e droni in quello che il gruppo definisce un atto di risposta all’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei – ma di un disegno più ampio, che sembra mirare a decapitare le capacità di comando e controllo del partito sciita colpendo ovunque esso abbia cellule dormienti o strutture logistiche.

L’aviazione israeliana, stando ai comunicati diffusi dalle Forze di difesa, ha preso di mira centri di comando utilizzati dal regime iraniano per mantenere il controllo in tutto il Paese e per coordinare le attività delle milizie alleate, e parallelamente ha colpito obiettivi anche in territorio siriano, dove i sistemi di difesa aerea di Damasco – ormai abituati a intercettare oggetti ostili nei loro cieli – sono entrati in funzione per contrastare quella che è stata definita un’aggressione su vasta scala.

Il controllo dello stretto di Hormuz e la risposta degli Stati Uniti

Sul fronte iraniano, intanto, il delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha diffuso una dichiarazione perentoria: la Marina della Repubblica Islamica esercita il “controllo totale” sullo Stretto di Hormuz, quel sottile corridoio marittimo all’imbocco del Golfo Persico attraverso cui transita quotidianamente un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto diretto verso i mercati asiatici ed europei.

Una presa di posizione che, di fatto, sancisce la chiusura della via d’acqua al traffico commerciale, con conseguenze immediate sui prezzi dell’energia e con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha già annunciato la possibilità di impiegare la Marina militare per scortare le petroliere – un’opzione, questa, che rischia di trasformare una rotta strategica in un nuovo fronte di scontro diretto.

A Washington, intanto, l’amministrazione corre ai ripari anche sul piano industriale: per venerdì è previsto alla Casa Bianca un vertice con i massimi dirigenti dei principali appaltatori della difesa, da Lockheed Martin alla capogruppo di Raytheon, per discutere come accelerare la produzione di armamenti e come rimpinguare scorte che il Pentagono – dopo i raid in Iran e le altre recenti azioni militari – ha visto assottigliarsi pericolosamente, e per le quali si rende necessaria una richiesta di finanziamenti supplementari nell’ordine di decine di miliardi di dollari.

Un’emergenza umanitaria che si aggrava di ora in ora

Sul terreno, la situazione per la popolazione civile si fa sempre più drammatica, con migliaia di famiglie in fuga dalle zone di confine e dai sobborghi meridionali di Beirut che si riversano verso il centro della capitale o verso le regioni settentrionali, cercando riparo ovunque sia possibile – scuole, moschee, edifici pubblici – mentre il governo libanese, già in ginocchio per la crisi economica e l’instabilità politica, fatica a coordinare gli aiuti e a garantire assistenza agli sfollati.

Il ministero della Salute, intanto, aggiorna costantemente i numeri di un conflitto che non accenna a placarsi, e che negli ultimi due giorni ha già fatto registrare decine di vittime in Libano, inclusi tre paramedici rimasti uccisi mentre prestavano soccorso ai feriti – un tributo di sangue che colpisce chi cerca di salvare vite umane e che l’Organizzazione mondiale della sanità non ha esitato a condannare, sebbene in un contesto bellico dove le distinzioni tra combattenti e soccorritori diventano sempre più labili e pericolose.

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