Israele allarga il fronte: bombe su Baalbek e Teheran, i Pasdaran chiudono Hormuz. Primo abbattimento aereo nella guerra con l’F-35I

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’esercito israeliano ha esteso nella notte le proprie operazioni militari su due fronti distinti, colpendo sia il Libano orientale, roccaforte di Hezbollah, sia obiettivi strategici nel cuore dell’Iran, in una significativa escalation che ridisegna gli equilibri del conflitto. All’alba, caccia dell’aeronautica israeliana hanno centrato un edificio residenziale di quattro piani a Baalbek, città simbolo del controllo del partito sciita libanese nella valle della Bekaa, causando un numero di vittime che le autorità locali, attraverso i canali della sanità islamica, hanno iniziato a contabilizzare con difficoltà a causa delle macerie. L’agenzia stampa nazionale libanese ha parlato di un attacco portato da «aerei nemici» contro un complesso abitativo, un’azione che si inserisce in una più ampia ondata di raid che ha preso di mira anche località a sud di Beirut, dove il ministero della Salute libanese ha confermato un bilancio complessivo di almeno undici morti tra Aramoun, Saadiyat e la stessa Baalbek, con decine di feriti e diversi dispersi sotto i detriti.

Parallelamente all’offensiva contro le postazioni di Hezbollah in Libano, il teatro principale del conflitto ha visto un’azione senza precedenti nei cieli della capitale iraniana. Le Forze di Difesa israeliane hanno rivendicato un’operazione che segna una svolta tecnologica e militare: un caccia stealth F-35I “Adir” ha intercettato e abbattuto un velivolo dell’aeronautica iraniana direttamente sopra Teheran. Si tratta del primo “air-to-air kill” della storia contro un aereo pilotato da parte di un caccia di quinta generazione, un evento che i comunicati ufficiali descrivono come l’eliminazione di un caccia YAK-130, il jet d’addestramento e attacco leggero di fabbricazione russa che Teheran aveva iniziato a impiegare anche per missioni di pattugliamento e difesa aerea. L’azione, stando alla ricostruzione fornita dalle stesse fonti militari israeliane, rientrerebbe in una più vasta campagna di attacchi contro i centri di comando e le infrastrutture del regime, inclusi obiettivi dei paramilitari Basij, con i reporter nella capitale iraniana che hanno confermato esplosioni e colonne di fumo levarsi da diverse aree urbane.

La risposta di Teheran e la minaccia sul golfo

Di fronte all’intensificarsi delle operazioni nemiche, il dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha reagito non solo lanciando nuove ondate missilistiche verso obiettivi israeliani e statunitensi — con almeno quaranta missili sparati durante quella che è stata definita la diciassettesima fase dell’operazione “True Promise” — ma anche alzando drasticamente la posta in gioco sullo scacchiere economico globale. Un alto funzionario delle forze navali dei Pasdaran, Mohammad Akbarzadeh, ha dichiarato in modo perentorio che lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo cruciale per il trasporto del petrolio mondiale, è ora «sotto il controllo totale della Marina della Repubblica Islamica». Un’affermazione, questa, che rappresenta una sfida diretta non solo a Israele ma anche agli Stati Uniti e ai loro alleati, considerando che da quelle acque transita una percentuale significativa del greggio destinato ai mercati internazionali. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva già anticipato la possibilità di scortare le petroliere attraverso lo stretto, e la dichiarazione dei Pasdaran sembra preparare il terreno per una possibile crisi energetica e per un confronto navale nelle acque del Golfo.

L’offensiva aerea israeliana e il nuovo capitolo della guerra nei cieli

L’abbattimento dello Yak-130 da parte dell’F-35I non rappresenta soltanto un primato tecnico, ma anche la dimostrazione pratica della superiorità tecnologica israeliana e della vulnerabilità delle difese aeree iraniane, nonostante gli sforzi di Teheran di proteggere i propri cieli con pattugliamenti continui di MiG-29 e Yak-130, questi ultimi armati con missili a corto raggio proprio per contrastare droni e caccia nemici. La scelta di colpire nel cuore della capitale rappresenta un messaggio politico di rara potenza, volto a dimostrare la capacità di penetrare qualsiasi perimetro difensivo. L’esercito israeliano, attraverso i suoi portavoce, ha dichiarato di aver completato ulteriori ondate di attacchi contro i centri di comando del «regime terroristico» a Teheran, prendendo di mira non solo installazioni militari ma anche le strutture della forza paramilitare Basij, intensificando la pressione su un apparato di sicurezza già messo a dura prova dalle defezioni e dagli attacchi informatici. L’operazione, che giunge al quinto giorno di conflitto aperto, mostra una strategia chiara: colpire simultaneamente i proxy regionali come Hezbollah in Libano e il cuore del potere iraniano, per decapitare la catena di comando e logistica che sostiene l’asse della resistenza.

La mobilitazione navale e il rischio di allargamento del conflitto

Mentre i caccia bombardano e i missili balistici solcano i cieli, il fronte marittimo si rivela sempre più caldo. I Pasdaran hanno rivendicato anche un attacco missilistico contro un cacciatorpediniere statunitense nell’Oceano Indiano, colpito — secondo le agenzie iraniane — mentre si riforniva da una nave cisterna a circa seicentocinquanta chilometri dalle coste meridionali dell’Iran. Se confermata, l’azione rappresenterebbe un salto di qualità nello scontro, coinvolgendo direttamente le forze di Washington in uno scenario di guerra aperta. Le immagini diffuse dalle agenzie vicine ai Guardiani della Rivoluzione mostrano colonne di fumo alzarsi dalle navi, ma dal Pentagono non sono giunte conferme immediate sull’entità dei danni. Intanto, il transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz si è ridotto drasticamente, passato da una media di ventiquattro al giorno a soli quattro, segno che la minaccia dei Pasdaran ha già avuto un effetto concreto sul commercio mondiale e sulla stabilità energetica. La comunità internazionale osserva con apprensione l’evolversi di una crisi che potrebbe trasformare l’intera regione in un campo di battaglia, con le potenze occidentali costrette a scegliere se intervenire militarmente per garantire la libertà di navigazione o assistere a un blocco de facto di una delle vie d’acqua più strategiche del pianeta.

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