Hormuz, il piano dell’Oman per i pedaggi volontari e la sfida di Trump
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Redazione Esteri
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Mentre il presidente americano Donald Trump, dopo aver interrotto una campagna di bombardamenti durata due settimane, minaccia di riprendere le ostilità se i negoziati con Teheran non dovessero dare i frutti sperati, nello Stretto di Hormuz si gioca una partita diplomatica che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell'intera regione.
L'Iran, che da mesi tiene sotto scacco una delle rotte marittime più vitali per il commercio globale, non sembra intenzionato a cedere alle pressioni, ma allo stesso tempo un'apertura è arrivata da una proposta presentata dall'Oman e sostenuta dai Paesi del Golfo, un tentativo di trasformare un campo di battaglia in una sorta di "condominio" gestito da più attori. Una soluzione, questa, che potrebbe finalmente sbloccare il traffico di petrolio e gas, bloccato da cinque mesi di conflitto, e che si ispira al modello già sperimentato con successo nello Stretto di Malacca.
Il piano dell'Oman per la gestione congiunta
La proposta avanzata da Mascate, che ha trovato il sostegno degli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, prevede la creazione di un meccanismo regionale per la gestione congiunta dello Stretto, che eviterebbe all'Iran di esercitare un controllo esclusivo.
L'elemento centrale dell'iniziativa, come hanno confermato a Reuters una fonte del Golfo e un diplomatico occidentale, è l'introduzione di un sistema di contributi volontari per le navi che attraversano l'importante via d'acqua, un espediente che consentirebbe a Teheran di incassare delle somme senza però violare il diritto internazionale che vieta pedaggi obbligatori per il transito.
Il modello a cui si ispira il piano è quello dello Stretto di Malacca, tra Indonesia, Malesia e Singapore, dove le imbarcazioni sono invitate a versare contributi volontari per finanziare i servizi di navigazione, la protezione ambientale e le operazioni di ricerca e soccorso. Una soluzione, questa, che è stata descritta da un diplomatico come analoga a una tassa volontaria sul carbonio per i voli aerei, dove chi acquista un biglietto può scegliere se contribuire o meno.
La strategia di Trump tra diplomazia e minacce
Il tentativo di mediazione dell'Oman arriva in un momento di grande tensione, con il presidente Trump che ha ordinato la sospensione dei bombardamenti dopo aver ricevuto il parere dei comandanti militari secondo cui la strategia aveva esaurito la sua efficacia.
Il capo della Casa Bianca, che martedì ha incontrato alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per il loro primo faccia a faccia dall'inizio del conflitto, ha espresso ottimismo sulla possibilità di raggiungere un accordo, ma ha anche avvertito che gli Stati Uniti riprenderanno gli attacchi se le trattative fallissero.
L'incontro con Netanyahu, che arriva dopo i dissidi emersi durante le negoziazioni di aprile per un cessate il fuoco, è stato visto come un tentativo di mostrare al mondo, e in particolare all'Iran, che non esiste una rottura tra Washington e Gerusalemme.
A complicare il quadro, però, c'è il fatto che Israele, pur avendo partecipato alla campagna di bombardamenti iniziale, non è stato coinvolto nei successivi colloqui di pace, e le recenti relazioni tra i due leader sono state tese, con Trump che ha dovuto frenare il premier israeliano dall'attaccare obiettivi in Libano per non minare i negoziati con Teheran.
Il doppio gioco dell'Iran e le richieste di Teheran
Nonostante le aperture diplomatiche, la posizione dell'Iran rimane per molti versi ambigua. Da un lato, il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha discusso la questione con i suoi omologhi dell'Oman e dell'Arabia Saudita, sottolineando la necessità di una cooperazione regionale; dall'altro, Teheran ha negato di aver cercato nuove negoziazioni con gli Stati Uniti, accusando Washington di aver violato l'accordo raggiunto a giugno su un quadro per i colloqui.
Il governo iraniano ha ribadito la sua volontà di gestire lo Stretto insieme all'Oman e di riscuotere tasse di servizio, e ha respinto un piano di Trump che prevedeva il pagamento dei danni alle navi dai beni iraniani congelati, minacciando di negare il passaggio a qualsiasi Paese o compagnia che avesse accettato tali pagamenti.
Inoltre, in un segnale delle difficoltà ancora da superare, l'Iran ha respinto una proposta dell'Oman per una divisione equa delle rotte di transito e ha insistito per mantenere il controllo sulla propria parte dell'acqua, mentre i negoziati tra i due Paesi hanno fatto registrare alcuni progressi, ma senza un'accettazione definitiva delle proposte.
Il futuro dello Stretto di Hormuz, quindi, resta appeso a un filo. Da un lato, il progetto di Mascate, che prevede contributi volontari e una gestione condivisa, sembra aver ottenuto un importante consenso regionale e rappresenta la via più concreta per alleggerire le tensioni e ripristinare i flussi commerciali di energia e materie prime, con un potenziale impatto positivo sul mercato petrolifero.
Dall'altro, le resistenze di Teheran, che mira a ottenere un riconoscimento formale del suo controllo e la riscossione di tasse, e le minacce di Trump, che continua a chiedere il libero transito senza alcun pagamento, rischiano di far naufragare il tentativo di mediazione. L'incontro tra Trump e Netanyahu e la continua attività diplomatica dell'Oman, che ha presentato la proposta a Teheran nel corso del fine settimana con colloqui ancora in corso, mostrano che lo spazio per la diplomazia non si è ancora chiuso.
Ma, come ha avvertito il presidente americano, se le trattative non dovessero portare a un risultato, "si torna a fare quello che si faceva due giorni fa", e lo Stretto potrebbe tornare a essere un teatro di scontri.
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