Regeni, la fondatrice del MedFilm lascia la commissione Cinema. Giuli studia un decreto correttivo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La terza crepa, quella forse più significativa per il peso specifico della firmataria, si è aperta ieri sulla già fragile compattezza della commissione che assegna i contributi selettivi del ministero della Cultura. Ginella Vocca, figura di spicco nel panorama dell’audiovisivo e anima del MedFilm Festival, ha formalizzato le sue dimissioni con una lettera indirizzata al ministro Alessandro Giuli, gettando luce sulle dinamiche interne a un organismo finito al centro dell’opinione pubblica dopo l’esclusione a fondo perduto – è il caso di dirlo – del documentario “Giulio Regeni - Tutto il male del mondo”.

Vocca, che nella sua comunicazione ha specificato di aver atteso l’intervento del ministro in Parlamento prima di sciogliere la riserva, rivendica un’opposizione netta e documentata alla bocciatura del film di Simone Manetti. Ne sarebbero testimoni, scrive, gli stessi colleghi, raggiunti da rimostranze formali via posta elettronica e riprese nel corso delle riunioni plenarie. L’ex membro della commissione non nasconde il tentativo, protrattosi nel tempo, di arginare quello che considerava un errore di valutazione (“sbagliato, sotto ogni profilo, bocciare il film”), resistendo al proprio malessere pur di non paralizzare l’esame della seconda sessione di progetti.

Un’uscita che profuma di resa dopo la resa dei conti

Se le dimissioni di Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti erano arrivate come un fulmine a ciel sereno nei giorni precedenti – accompagnate dalle polemiche sul presunto “snobismo populista” che avrebbe guidato le scelte del board – quella di Vocca ha il sapore di un atto formale maturato al termine di una lunga agonia. La fondatrice del MedFilm spiega di essersi trovata spesso in disaccordo con l’indirizzo della maggioranza, pur riuscendo talvolta a salvare altri progetti a rischio; ma il muro opposto al documentario su Regeni è apparso, a suo giudizio, invalicabile.

Nonostante l’addio, Vocca ha voluto esprimere fiducia nella volontà del dicastero di “ricostruire il sistema che eroga i fondi”, auspicando tempi rapidi per non penalizzare gli operatori del settore. Una dichiarazione che suona quasi come un lasciapassare istituzionale in un momento di forte attrito, mentre il ministro Giuli, dal canto suo, ha incassato il gesto ringraziando la dimissionaria per “la sensibilità espressa” e ribadendo la certezza di una collaborazione futura.

La contromossa del ministero: via al decreto correttivo

Proprio mentre Vocca formalizzava il suo passo indietro, il ministero della Cultura ha deciso di rompere gli indugi sul piano regolatorio. Secondo quanto si legge in una nota ufficiale, si sta lavorando a una “revisione complessiva delle regole di costituzione e funzionamento” delle commissioni Cinema, un intervento che passerà attraverso un apposito decreto.

L’annuncio, che nelle intenzioni mira a sterilizzare le critiche sulla discrezionalità delle valutazioni, arriva in un momento in cui il meccanismo dei contributi selettivi è sotto torchio. A far discutere, nel caso specifico del film su Regeni, non è stata solo la bocciatura in sé, ma la composizione stessa dei board e i punteggi assegnati, che hanno fatto sorgere il sospetto (alimentato dalle opposizioni) di un condizionamento ideologico nella gestione della memoria collettiva.

Tra memoria e procedimenti, il nodo politico resta irrisolto

Al di là delle schermaglie tecniche, la vicenda del documentario “Tutto il male del mondo” ha riacceso i riflettori su un tema spinoso: il rapporto tra potere esecutivo e narrazione storica. Il ricercatore italiano, rapito, torturato e ucciso in Egitto, rappresenta una ferita ancora aperta per il Paese, e la mancata sovvenzione a un’opera che ripercorre quei fatti è stata letta da più parti come un’occasione mancata di elaborazione pubblica.

Giuli, che in Aula aveva già preso le distanze dalla decisione della commissione pur senza sconfessarla, si trova ora a gestire un organismo decimato dalle uscite eccellenti e una riforma ancora tutta da scrivere. La partita, per il ministro, si gioca sulla capacità di dimostrare che il nuovo decreto non sarà un semplice cerotto normativo, ma uno strumento capace di separare l’indipendenza tecnica dei giudizi dalle ragioni – talvolta opache – della contingenza politica.

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