Regeni, il caso del docufilm “bocciato” fa saltare la terza commissione. Giuli accetta le dimissioni di Vocca.

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La commissione per i contributi selettivi del Mic, quella che in queste settimane si è trovata al centro di un vespaio di polemiche per la mancata assegnazione di fondi al docufilm su Giulio Regeni (“Tutto il male del mondo”), perde un altro pezzo. Dopo le uscite – a dir poco eclatanti – di Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti, è arrivata la terza lettera di dimissioni: a rimettere il mandato nelle mani del ministro Alessandro Giuli è stata Ginella Vocca, fondatrice e presidente del Medfilm Festival. Un gesto, il suo, che arriva a valle di un’attesa precisa, quasi formale, visto che la stessa Vocca ha dichiarato di aver voluto attendere il passaggio parlamentare del ministro prima di sciogliere ogni riserva.

Nel dettaglio, la situazione precipita per un motivo preciso: l’esclusione ai finanziamenti del documentario diretto da Simone Manetti, opera che – nonostante abbia già ricevuto riconoscimenti come il Nastro della Legalità 2026 – è stata giudicata dalla sottocommissione competente “non meritevole” di sostegno pubblico. Una circostanza, questa, che ha innescato una reazione a catena nel sistema di valutazione ministeriale. Vocca, nella sua comunicazione ufficiale, non ha usato mezzi termini: ha confermato di essersi “fermamente opposta” alla bocciatura del film su Regeni, sottolineando come avesse sollevato obiezioni sia verbalmente in sede di riunione che per iscritto via email, davanti ai colleghi. Ha parlato di una decisione “sbagliata sotto ogni profilo”, dimostrando un dissenso radicale rispetto all’operato della maggioranza della commissione.

La risposta del ministro tra autonomia tecnica e revisione delle regole

Sul fronte politico-istituzionale, Alessandro Giuli ha raccolto le dimissioni, rivolgendo a Vocca un ringraziamento formale per il lavoro svolto e per “la sensibilità espressa attraverso la sua scelta”. Tuttavia, Giuli ha ribadito con forza la linea difensiva che aveva già esposto alla Camera durante il question time: negare qualsiasi ingerenza politica nel merito della decisione. Il ministro della Cultura ha spiegato che i contributi selettivi non sono frutto di valutazioni politiche dirette, ma seguono procedure tecniche pubbliche e predeterminate, e che la sua autonomia – quella del dicastero – è l’unica garanzia di trasparenza.

Lo stesso Giuli, d’altra parte, aveva ammesso di non condividere la scelta della commissione “né sul piano ideale, né sul piano morale”, pur scaricando ogni responsabilità diretta sulla componente tecnica dell’organo. È un equilibrio delicato, quello che cerca di tenere il ministro, tra la condanna implicita del risultato e la difesa strenua del meccanismo. Nel mentre, per scongiurare il ripetersi di situazioni analoghe, il Ministero ha fatto sapere di stare già lavorando a una revisione complessiva delle regole di costituzione e funzionamento delle commissioni, un intervento che dovrebbe passare attraverso un apposito decreto ministeriale.

La spaccatura interna e le motivazioni del dissenso nella commissione cinema

Le dimissioni di Vocca non arrivano in un vuoto pneumatico, ma si inseriscono in un solco di critiche ormai strutturale alla governance del Mic. I primi due dimissionari, Mereghetti e Galimberti, avevano già piantato un palo nella discussione pubblica: il celebre critico cinematografico, in particolare, ha parlato apertamente di “snobismo populista”, lasciando intendere che dietro la scelta di bocciare il film su Regeni – e contestualmente altri progetti legati a determinati intellettuali – ci fosse una sorta di volontà punitiva. Anche se Mereghetti ha ammesso di non avere prove certe di un disegno politico occulto, il suo ragionamento ha fatto da apripista a un’interpretazione molto diffusa tra gli addetti ai lavori.

Vocca, dal canto suo, ha raccontato una dinamica interna forse meno ideologica ma altrettanto esemplare delle tensioni in atto. Ha ammesso di essersi trovata in disaccordo con la maggioranza anche in altre occasioni, ma di aver scelto di “resistere” all’interno, per difendere altri progetti che rischiavano di essere affossati per motivi a lei incomprensibili. Solo alla fine, realizzata l’irreversibilità della bocciatura sul caso Regeni, ha deciso di uscire allo scoperto. Non è secondario notare come Vocca, pur protestando, abbia dimostrato una grande responsabilità procedurale: ha dichiarato di non aver voluto mandare in crisi la Commissione durante la seconda sessione d’esame, per non danneggiare le centinaia di operatori in attesa di delibere.

Un sistema di finanziamento sotto stress e la transizione verso nuove regole

A rendere il tutto ancora più intricato, c’è la contestualizzazione di questa vicenda nella più ampia riforma del settore voluta dall’esecutivo. Da tempo, il ministro Giuli sta spingendo per una revisione delle regole sul tax credit e sui contributi selettivi, con l’obiettivo dichiarato di combattere gli abusi e i cosiddetti “film fantasma” che avrebbero prosciugato risorse in passato. Tuttavia, l’applicazione di questi nuovi criteri – specialmente quando si traducono nell’esclusione di un’opera dalla forte valenza civile come quella su Regeni – ha generato un cortocircuito tra la teoria della trasparenza e la percezione pubblica dell’esito.

Le opposizioni, come il Partito Democratico, hanno cavalcato l’onda dello scandalo, chiedendo a gran voce di capire se dietro il “no” al finanziamento ci fosse un giudizio artistico genuino o una valutazione politica occulta. La famiglia Regeni, dal canto suo, ha sempre denunciato un approccio tiepido del governo nei confronti delle autorità egiziane, e la bocciatura del docufilm è stata letta da molti come un ulteriore segnale in questa direzione, anche se il ministro ha respinto al mittente ogni accusa di censura. Con tre membri usciti di scena e una riforma delle commissioni all’orizzonte, il Mic si prepara a gestire una transizione complessa, dove la fiducia nell’autonomia degli esperti sembra essersi incrinata in modo forse irreversibile.

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