Fondi al cinema, il caso Regeni fa saltare la commissione: si dimette anche Vocca, terza uscita dopo lo scoop del Fatto
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Redazione Interno
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È una scia di polvere da sparo quella che si allunga nei corridoi del Collegio Romano, dove il ministero della Cultura sta ancora cercando di tamponare le falle apertesi dopo la mancata assegnazione dei contributi al documentario su Giulio Regeni. La terza dimissione eccellente, quella di Ginella Vocca, fondatrice del MedFilm Festival, ha trasformato quella che poteva sembrare una scia di malumore individuale in una vera e propria emorragia di consensi all’interno della commissione Cinema selettivi del Mic. Vocca, che ha comunicato la sua scelta con una lettera indirizzata al ministro Alessandro Giuli, ha rotto un silenzio carico di tensione, motivando l’addio con la ferma opposizione alla bocciatura del film “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” di Simone Manetti, una decisione che a suo dire era “sbagliata sotto ogni profilo”. Prima di lei, avevano già fatto le valigie il critico Paolo Mereghetti e il consulente Massimo Galimberti, sebbene fosse opportuno ricordare che questi ultimi non sedevano nella sottocommissione che materialmente ha respinto la richiesta di finanziamento; un dettaglio, questo, che non ha impedito al caso di assumere i contorni di una crisi politica e culturale di prima grandezza.
La difesa di Giuli e l’ombra della discrezionalità
In Aula alla Camera, il ministro Giuli ha provato a blindare il perimetro dell’esecutivo, scaricando la responsabilità sulla cosiddetta “autonomia tecnica” dei valutatori, un argomento che appare sempre più come un parafulmine fragile contro le polemiche che montano nel mondo della cultura e dell’editoria. Giuli ha ribadito che il ministero “non può esercitare alcuna influenza né a monte né a valle” e che attribuire al dicastero una volontà di censura è una “rappresentazione priva di fondamento”. Eppure, è proprio su questo crinale sottile, quello che separa l’indipendenza formale dalla sostanza politica, che la vicenda ha innescato un cortocircuito difficile da ignorare. Il ministro ha tentato di spostare l’attenzione sulla natura tecnica del giudizio, sottolineando come il documentario avesse già fallito l’accesso ai fondi in una precedente tornata del 2024, senza che all’epoca si scatenasse l’inferno mediatico di oggi. Ma la circostanza che la commissione includa figure come l’ex deputata della Lega Benedetta Fiorini o soggetti ritenuti vicini alla maggioranza ha alimentato il sospetto, sollevato dall’opposizione, che la valutazione non sia stata così asettica come si vorrebbe far credere.
Un sistema in scacco tra revisioni annunciate e poltrone che scottano
Mentre le associazioni degli autori e i produttori indipendenti (basti pensare a Domenico Procacci di Fandango) chiedono chiarezza, il ministero ha annunciato l’unica mossa che gli restava: un “apposito decreto” per avviare una “revisione complessiva delle regole di costituzione e funzionamento” delle commissioni. Una sorta di contentino istituzionale che arriva, guarda caso, solo dopo che il caso è esploso sulle prime pagine, e che di fatto ammette l’esistenza di un malessere profondo nelle procedure. La stessa Vocca, nella sua lettera di dimissioni, ha raccontato di aver resistito a lungo, cercando di arginare dall’interno quello che considerava un deragliamento morale, difendendo “con successo altri progetti che rischiavano di essere bocciati per motivi incomprensibili”. Non si è trattato, quindi, di un gesto impulsivo, ma di una resa dopo aver constatato l’impossibilità di raddrizzare il tiro di un sistema che, a detta di molti, premia i film compiacenti (si sono visti finanziamenti a produzioni su cantanti neomelodici o personaggi televisivi) e punisce chi indaga sulla memoria e sulla verità giudiziaria.
Memoria e mercato, il nodo irrisolto del cinema italiano
Al di là del polverone politico, la vicenda ha il merito di riportare alla luce una questione strutturale mai risolta: il rapporto tra il denaro pubblico e la libertà di espressione. Il documentario su Regeni, che il Senato ha voluto proiettare negli atenei su iniziativa della senatrice a vita Elena Cattaneo, rappresenta per molti quel tipo di “cinema di ricerca” che lo Stato dovrebbe tutelare per mandato costituzionale, e che invece si ritrova costantemente a combattere contro logiche di botteghino o, peggio, di appartenenza. La direttrice del MedFilm Festival ha gettato la spugna proprio nel momento in cui ci si accinge a ridiscutere i criteri di valutazione, un segnale che indica quanto fosse ormai insostenibile la posizione di chi cerca di mediare tra rigore tecnico e pressioni ambientali. Intanto, il film “Tutto il male del mondo” continua il suo viaggio tra le sale e le aule universitarie, mentre la Commissione Cinema cerca di ricompattarsi sotto la pressione di un’opinione pubblica che ha scoperto, forse con ingenuo stupore, che a volte le battaglie per la verità si giocano anche sugli stanziamenti per un documentario.




