Banche centrali, attesa una pausa coordinata tra Fed, Bce e Bank of England
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Redazione Economia
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Non ci si aspettano scossoni, questa settimana, dagli annunci delle principali banche centrali, segnati da un’attesa generalizzata per il mantenimento dei tassi di interesse. Dal FOMC – il Federal Open Market Committee che renderà note le sue decisioni già da questa sera – a Francoforte, passando per Londra, il filo conduttore è quello di una pausa, sebbene alimentata da motivazioni e contesti economici lievemente diversi tra loro. È questa, in sostanza, l’indicazione che emerge dal primo dei tre commenti firmati da Geoff Yu, EMEA Market Strategist di BNY, il quale ha dedicato le sue analisi alle riunioni che, da un lato all’altro dell’Atlantico, scandiranno il passo della politica monetaria nei prossimi giorni.
La Fed e l’incognita della transizione
Oltreoceano, la Federal Reserve si avvia dunque a tenere fermi i tassi, una scelta che riflette la volontà di non innestare ulteriori variabili in un quadro già reso complesso da molteplici fattori. Le aspettative di politica monetaria, va detto, rimangono sostanzialmente invariate per il resto dell’anno, nonostante – o forse proprio a causa – dello scenario bellico in Iran e della concomitante, imminente fase di transizione ai vertici della banca centrale stessa. Una situazione, quest’ultima, che getta un’ombra di cautela sulle decisioni a breve termine, suggerendo un approccio attendista da parte dei policymaker americani, i quali sono chiamati a navigare a vista tra pressioni inflazionistiche ancora presenti e un mercato del lavoro che, sebbene in raffreddamento rispetto al passato, mostra una tenuta strutturale non trascurabile.
La Bce tra inflazione europea e guerra in Iran
Sull’altra sponda dell’Atlantico, il clima non è certo più disteso. La Banca Centrale Europea dovrebbe,con ogni probabilità, mantenere i tassi invariati, ma il margine di manovra appare più sottile di quanto non lo sia per i colleghi americani. Da quando è scoppiata la guerra in Iran,le prospettive relative all’inflazione e alla crescita nell’area dell’euro sono cambiate in maniera significativa, riaccendendo i riflettori su un fenomeno che si riteneva ormai sotto controllo. Se è vero che l’evoluzione del conflitto resta altamente incerta e imprevedibile, è altrettanto vero che la Bce, tramite la voce della sua presidente Christine Lagarde, ha rivendicato una posizione di partenza relativamente solida, con un’inflazione che le è “vicina” all’obiettivo e tassi che navigano attorno al livello considerato “neutrale”. Tuttavia, alcuni analisti come quelli di Robeco suggeriscono che, in caso di un’inflazione europea persistentemente superiore alle attese, non si possa escludere del tutto un intervento “precauzionale”, un'ipotesi questa che il mercato osserva con la lente d’ingrandimento. A rendere il quadro ancora più articolato ci pensano i rendimenti dei titoli di Stato dell’Eurozona, in lieve ma costante rialzo: il costo di finanziamento del Bund decennale, per intenderci, si è portato al 3,08%, un segnale che gli investitori stanno già scontando un futuro di denaro più caro.
Le valutazioni di Amundi e l’incerta Bank of England
In questo clima di attesa, anche le grandi società di gestione del risparmio allineano le proprie previsioni al trend dominante. Amundi, ad esempio, prevede che la Fed mantenga invariati i tassi di riferimento, osservando come l’audizione di Warsh – chiunque sarà il suo successore alla guida dell’istituto – non abbia trasmesso segnali particolarmente accomodanti, risultando piuttosto equilibrata rispetto ai diversi scenari possibili. Una lettura, quella di Amundi, che suggerisce come l’orientamento della banca centrale resti relativamente accomodante solo sulla carta, ma che nella pratica richieda una buona dose di pazienza nel valutare l’impatto reale del conflitto mediorientale sulle dinamiche dei prezzi. E dall’altra parte della Manica? Anche la Bank of England, verosimilmente, non modificherà i tassi. Lo scenario britannico, tuttavia, si tinge di sfumature peculiari: se da un lato l’inflazione importata e i rischi geopolitici suggerirebbero prudenza, dall’altro un mercato del lavoro ancora solido e un indice Pmi sorprendentemente robusto indicano che la capacità di spesa delle famiglie, e di riflesso la pressione sui salari, potrebbe rivelarsi meno docile del previsto.




