Il potere in Montepaschi e il rebus della presidenza: Lovaglio vince ma la tregua di Caltagirone è già armata
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Redazione Economia
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La vittoria netta della lista a sostegno di Luigi Lovaglio, tornato alla guida operativa del Monte dei Paschi di Siena dopo essere stato in precedenza defenestrato proprio da quel vertice che ora lo ha riabilitato, non ha affatto sopito gli spiriti. Anzi, l’ampio successo ottenuto in assemblea – che ha riportato il banchiere al timone della banca salvata dallo Stato e resa protagonista dell’acquisizione di Mediobanca – rappresenta semmai il colpo d’inizio di una contesa che si preannuncia molto più aspra del previsto.
Se all’orizzonte si profila la necessità di governare il colosso nato dall’integrazione con Piazzetta Cuccia, è subito chiaro che le masse critiche in campo non intendono cedere di un millimetro. Le minoranze, uscite sconfitte dal voto del 15 aprile, hanno subito tentato un approccio dialettico: hanno chiesto la presidenza, offrendo in cambio la disponibilità a votare l’amministratore delegato e il direttore generale espressione della lista di maggioranza. La risposta, riportata da fonti finanziarie vicine ai vertici, è stata un muro di gomma. Un "no" secco, che fa presupporre come la strada maestra indicata da Francesco Gaetano Caltagirone – che proprio in nome della “concordia” aveva avanzato la richiesta – sia già lastricata di trappole procedurali e veti incrociati.
Parallelamente alla battaglia per il controllo di Palazzo Salimbeni, si muovono i pedoni sulla scacchiera di Palazzo Sansedoni, sede della Fondazione Mps. Serviva un notaio per districare la matassa politica che da settimane impediva di trovare un nome condiviso per la poltrona più alta dell’ente, e pare proprio che la fumata bianca arriverà con le vesti di un capitano di Contrada. Salvo colpi di scena dell’ultimora, sarà Riccardo Coppini il futuro presidente della Fondazione.
La fumata bianca dopo settimane di stallo
La riunione decisiva della deputazione generale, attesa per domani pomeriggio, dovrà prima votare il bilancio 2025 e poi designare la nuova deputazione amministratrice; è in quella sede che il nome di Coppini dovrebbe essere ufficializzato. La sua figura emerge al termine di una corsa che ha visto bruciare diverse candidature: quella di Pierluigi Fabrizi, che ha ufficializzato il ritiro con una lunga lettera, e quella di Mauro Rosati, che pure aveva raccolto alcune convergenze ma mai sufficienti a garantire gli undici voti necessari. Classe 1955, notaio da quasi quarant’anni e già capitano vittorioso della Contrada dell’Onda, Coppini rappresenta un profilo che unisce la competenza tecnica a un radicamento profondo nel tessuto cittadino; una sintesi, insomma, tra l’equilibrio istituzionale e l’appartenenza identitaria, visto che è anche Rettore dei Maggiorenti della Contrada Capitana.
Lovaglio e la prova della leadership assoluta
Tornando alla banca, l’assemblea ha ribaltato le previsioni che volevano un esito incerto, premiando la lista che sosteneva l’ex ad. Tuttavia, la leadership di Lovaglio – che ora vuole accentrare su di sé ogni responsabilità operativa – è destinata a scontrarsi con la realtà di un azionariato frammentato ma aggressivo. Da un lato, l’asse tra Delfin (che controlla il 17,5%) e il gruppo Caltagirone (attestatosi al 13,5%) potrebbe ricompattarsi per arginare l’esecutivo, mentre dall’altro lo stesso Ministero dell’Economia, pur avendo ridotto la propria esposizione, osserva con attenzione l’equilibrio di un istituto sistemico. Il fatto che il fronte di minoranza abbia cercato un accomodamento sulla poltrona di presidente indica chiaramente che nessuno intende lasciare a Lovaglio il campo libero per gestire in solitudine la complessa fase di fusione con Mediobanca.




