Mps, la presidenza della Fondazione a un notaio mentre il cda si prepara a spartirsi le deleghe

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La partita per il controllo del Monte dei Paschi di Siena, lungi dal chiudersi con la vittoria a sorpresa della lista di Plt Holding e il conseguente ritorno di Luigi Lovaglio al timone operativo, si è semplicemente trasferita su un altro, delicatissimo, scacchiere. Quello della governance allargata, dove il potere non si esercita solo sugli utili o sulle strategie della banca che ha inglobato Mediobanca, ma anche e soprattutto sugli enti che di quella banca sono stati per decenni l’azionista di riferimento. Mi riferisco alla Fondazione Mps, il cui vertice, dopo lunghe e defatiganti trattative, sembra aver trovato un punto di caduta nella figura di Riccardo Coppini, notaio e ex capitano della Contrada dell’Onda, il cui nome, emerso con forza nelle ultime ore, rappresenta la sintesi perfetta – se così si può dire – tra l’esigenza di indipendenza tecnica e quella di radicamento territoriale.

La fumata bianca su Coppini, che dovrebbe arrivare a valle della riunione della deputazione generale prevista per domani pomeriggio – durante la quale si procederà dapprima all’approvazione del bilancio 2025 e subito dopo alla designazione della nuova deputazione amministratrice – arriva dopo il secco scarto delle ipotesi che avevano preceduto il suo nome. Pierluigi Fabrizi, che pure aveva ufficializzato con una lunga lettera la propria corsa, ha gettato la spugna, così come erano venute meno le convergenze su Mauro Rosati. In questo vuoto di candidature, il notaio Coppini ha raccolto i favori di una parte trasversale della deputazione, forse proprio perché percepito come una figura super partes in grado di traghettare l’ente lontano dalle polemiche politiche che spesso hanno avvelenato il pozzo di Palazzo Sansedoni.

Lo strano caso di Lovaglio e il cda in scadenza

Mentre la Fondazione cerca una sua stabilità, la banca si prepara a un passaggio altrettanto cruciale, sebbene di natura più operativa. È stato infatti convocato per giovedì prossimo il primo consiglio di amministrazione successivo all’assemblea che ha decretato la vittoria della lista di Pierluigi Tortora. Un cda composito, quello che si siederà al tavolo di Rocca Salimbeni, dove siedono otto rappresentanti di Plt Holding, sei della lista del cda uscente (quella che aveva tentato di estromettere Lovaglio) e un rappresentante di Assogestioni. L’agenda dei lavori è fitta e spazia dalla ratifica delle deleghe per l’amministratore delegato – carica che Lovaglio, defenestrato poche settimane fa e ora trionfalmente reinstallato, dovrà vedersi restituire – alla nomina del presidente e dei vicepresidenti.

E qui si annida la seconda, grande incognita di questa fase. Lovaglio, forte del risultato elettorale, punta a blindare la governance per accelerare senza intoppi sull’integrazione di Mediobanca, un dossier mastodontico che non ammette tentennamenti. La sua volontà sarebbe quella di assegnare la poltrona di numero uno a un esponente della sua stessa lista, con Cesare Bisoni (ex numero uno di Unicredit) candidato forte a ricoprire quel ruolo. Dall’altra parte dello schieramento, l’azionista Francesco Gaetano Caltagirone, che pur avendo visto sconfitta la propria lista, continua a detenere una fetta rilevante del capitale e spinge per una presidenza espressione della minoranza, invocando una sorta di concordia istituzionale. A questa voce si aggiungono i nomi di Corrado Passera o Paolo Boccardelli, ma al momento Lovaglio e Tortora sembrano intenzionati a non cedere, forti della maggioranza acquisita.

Il nodo Caltagirone tra presidenza e inchieste

Per comprendere la profondità del solco che separa le parti, basta osservare la posizione di Francesco Gaetano Caltagirone. L’imprenditore romano, che lo scorso dicembre aveva rinunciato ai poteri delegati per il voto nelle assemblee di Mps e Generali – una mossa per evitare possibili strumentalizzazioni legate a un’inchiesta della Procura di Milano su presunti acquisti coordinati di azioni – non ha certo gettato la spugna. La sua influenza sul futuro della banca è tale che la richiesta di una presidenza "di garanzia" (che nelle sue intenzioni dovrebbe essere espressa dalla minoranza) è il primo atto di quella che promette di essere una battaglia estenuante per la definizione degli equilibri interni.

Le indagini della magistratura, che hanno visto coinvolti tra gli altri lo stesso Lovaglio e Francesco Milleri di Delfin, restano un’ombra lunga gettata su queste nomine. Caltagirone, attraverso i propri canali, ha sempre respinto le accuse di aver agito in concerto con Delfin per influenzare il mercato, sottolineando anzi la difformità dei voti espressi nelle assemblee degli anni passati. Tuttavia, l’esito delle urne ha dimostrato che, nonostante le chiacchiere da bar e le indiscrezioni giudiziarie, il mercato e i piccoli azionisti hanno premiato la linea della continuità manageriale (Lovaglio) contro quella della discontinuità politica (Palermo). Un verdetto che l’azionista Caltagirone è chiamato a metabolizzare, senza però rinunciare a giocare le sue carte.

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