L’intesa Usa-Iran regge sulla diluizione dell’uranio, ma il nodo del nucleare resta tutto in sospeso

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notizia, filtrata da ambienti dell’amministrazione americana, parla di una vittoria sostanziale per Washington: Teheran avrebbe accettato di procedere alla diluizione delle proprie scorte di uranio arricchito, un passo concreto che, sotto la supervisione dell’Aiea, ridurrebbe il grado di arricchimento del materiale stoccato, rendendolo di fatto inutilizzabile per un rapido impiego bellico.

L’accordo, che verrà formalmente siglato a Lucerna, viene presentato dagli inviati di Trump come un risultato storico, capace di scardinare il cuore del programma nucleare iraniano senza la necessità di ulteriori interventi militari. Tuttavia, a un esame più attento del testo, emerge un quadro ben più complesso e frammentario di quanto i funzionari americani lascino intendere nei loro briefing alla stampa.

La diluizione dell’uranio, un’ammissione di resa o una mossa tattica?

Secondo le dichiarazioni rilasciate da due alti funzionari americani, che hanno illustrato i dettagli del memorandum, l’Iran si sarebbe impegnato a definire una gestione del materiale arricchito stoccato mediante un meccanismo da stabilire di comune accordo, la cui metodologia minima consiste proprio nella riduzione del grado di arricchimento in loco. Se da un lato questa concessione rappresenta un passo avanti rispetto al passato, dall’altro molti analisti sottolineano come l’impegno a diluire non equivalga affatto a un vero e proprio smantellamento del programma.

L’uranio, come ha evidenziato l’esperto Stricker, rimarrebbe fisicamente in territorio iraniano, e la storia delle ispezioni passate insegna che la Repubblica islamica ha sempre dimostrato una straordinaria abilità nel celare le proprie attività ai controllori internazionali, come testimoniano le decine di tunnel scavati per proteggere i siti strategici, una lezione che Teheran ha applicato sia al settore nucleare che a quello missilistico.

La partita vera si gioca nella seconda fase

Il vero banco di prova, quello che determinerà il successo o il fallimento dell’iniziativa diplomatica di Trump, non è però la firma di Lucerna, bensì la finestra di sessanta giorni che si aprirà subito dopo e che sarà dedicata ai negoziati tecnici sul futuro del programma nucleare. Il memorandum, nelle sue attuali formulazioni, rimanda a quel successivo tavolo negoziale le questioni più divisive, compresa la discussione sull’arricchimento e gli altri aspetti legati al quadro normativo definitivo. in sostanza, l’intesa congela la situazione attuale, offrendo a Teheran un immediato sollievo economico e la riapertura dello Stretto di Hormuz, senza però imporre una rinuncia chiara e definitiva alla capacità di arricchimento, che la Repubblica islamica rivendica da sempre come un suo diritto inalienabile per usi civili.

Questa indeterminatezza fa temere che l’accordo si limiti a fotografare un equilibrio precario, rimandando a un futuro incerto la risoluzione della controversia più spinosa: se gli iraniani, come talpe instancabili, hanno reso i loro siti inaccessibili ai bombardamenti, è plausibile che utilizzeranno questi due mesi non per cedere, ma per guadagnare tempo prezioso, come suggerito da alcune fonti vicine ai Guardiani della Rivoluzione.

Il fatto che l’amministrazione Trump abbia dovuto accettare la diluizione in loco come soluzione, anziché imporre la rimozione fisica delle scorte dal Paese, rappresenta un aggiustamento significativo rispetto alla retorica iniziale, e getta più di un’ombra sulla reale portata della presunta capitolazione iraniana. Mentre l’Iran si appresta a incassare lo sblocco di fondi congelati e la possibilità di vendere petrolio, il mondo guarda con scetticismo a un’intesa che, di fatto, non risolve il problema nucleare ma lo rinvia, lasciando intatte le capacità scientifiche e industriali di Teheran.

E mentre i riflettori si accendono sulla firma a Lucerna, restano in sospeso tutte le altre questioni calde, come il programma missilistico e il sostegno iraniano a Hezbollah, che l’accordo tace prudentemente, quasi a voler nascondere le crepe di un castello diplomatico che potrebbe rivelarsi molto fragile.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.