Netanyahu: “Guerra all’Iran non è finita”, poi Trump accusa: “Teheran ci prende in giro”
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Redazione Esteri
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L’ombra lunga dell’uranio arricchito, quello che ancora si trova in territorio iraniano nonostante i continui raid e le pressioni diplomatiche, allunga i tempi di un conflitto che molti davano ormai in esaurimento. A rimettere in discussione una possibile conclusione delle ostilità è stato, nelle scorse ore, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale – in un’intervista rilasciata alla trasmissione “60 Minutes” della Cbs – ha dichiarato senza mezzi termini che la guerra contro Teheran non può dirsi terminata. Il motivo, ha spiegato il capo del governo israeliano, risiede proprio nelle scorte di materiale nucleare ancora presenti nel paese: “C’è ancora materiale nucleare, l’uranio arricchito, che deve essere portato fuori dall’Iran”. Un’affermazione, questa, che arriva mentre dall’altra parte dell’oceano, la Casa Bianca, con Donald Trump alla presidenza ormai da più di un anno, mostra una sintonia di vedute ma con una sfumatura retorica differente.
La rimozione dell’uranio e lo smantellamento dei siti
Netanyahu, nel dettaglio, ha precisato che l’operazione militare non si fermerà finché non verrà completata una duplice azione: da un lato, l’allontanamento fisico dell’uranio arricchito dal suolo iraniano; dall’altro, lo smantellamento degli impianti dove quel materiale viene ancora lavorato. “Ci sono ancora siti di arricchimento che devono essere smantellati”, ha aggiunto, senza fornire numeri o localizzazioni specifiche. Le sue parole lasciano intendere che Israele stia valutando – e forse già pianificando – un intervento militare mirato nel Golfo, l’area dove si concentrano buona parte delle infrastrutture sensibili della Repubblica islamica. Non si tratta, evidentemente, di una semplice dichiarazione di intenti: l’estratto andato in onda anticipa quella che potrebbe diventare la prossima fase operativa del conflitto, quella dedicata alla bonifica nucleare.
La posizione di Trump e il “Project Freedom”
Sullo stesso fronte, ma con una voce diversa, si è fatto sentire anche il presidente americano. Donald Trump, riferendosi alle continue attività nucleari iraniane non denunciate apertamente dagli ispettori internazionali, ha accusato Teheran di comportarsi in modo ingannevole: “L’Iran ci prende in giro”, ha dichiarato, alimentando la tensione già altissima. Dietro le quinte, secondo quanto circola negli ambienti diplomatici statunitensi, l’amministrazione starebbe valutando la possibilità di far ripartire il cosiddetto “Project Freedom” nello Stretto di Hormuz. Un’operazione, quest’ultima, che non riguarderebbe soltanto la scorta di uranio – già al centro delle preoccupazioni israeliane – ma anche la libertà di navigazione e il controllo delle rotte petrolifere.
Sviluppi giudiziari e investigativi legati al conflitto
Parallelamente alle dichiarazioni politiche, proseguono senza sosta le inchieste sui finanziamenti e sui trasferimenti tecnologici che avrebbero permesso all’Iran di加速ire i propri programmi di arricchimento. Alcune procure europee stanno esaminando documenti sequestrati nel corso di perquisizioni avvenute nei mesi scorsi, dai quali emergerebbe una rete di società scudo con sede in paesi terzi. Non vi sono ancora rinvii a giudizio, ma gli inquirenti avrebbero già individuato flussi di pagamenti riconducibili a intermediari attivi nel Golfo. La cronaca nera, in questo caso, si intreccia con quella giudiziaria: si parla di tecnici scomparsi nel nulla, di incidenti in laboratori sotterranei mai del tutto chiariti e di sabotaggi attribuiti – senza prove pubbliche – ai servizi segreti israeliani. Nessuna di queste piste ha portato finora a condanne certe, ma il materiale raccolto sta alimentando fascicoli che potrebbero avere ripercussioni sui negoziati, qualora mai dovessero riaprirsi.
Lo scenario militare e il monitoraggio costante
Sul terreno, il cessate il fuoco rimane assente. Le forze statunitensi e israeliane continuano a condurre operazioni mirate contro depositi di centrifughe e centri di ricerca, mentre da Teheran arrivano soltanto comunicati che negano la perdita di controllo sugli impianti principali. I corrispondenti da Gerusalemme riferiscono di un clima di attesa operativa, come se lo scatto successivo – quello verso i siti di arricchimento ancora attivi – fosse solo questione di giorni, non di settimane. L’uranio, del resto, è il vero nodo della questione: finché resterà lì, in qualsiasi forma e pure se sotto la supervisione formale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, né Israele né gli Stati Uniti lo considereranno un rischio accettabile. Ecco perché Netanyahu ha voluto chiarire che la guerra non è affatto finita. Un avvertimento, il suo, che suona come un impegno preso con l’opinione pubblica interna e anche come una pressione diretta sull’amministrazione Trump, chiamata a sostenere logisticamente quella che potrebbe diventare l’operazione più delicata dall’inizio del conflitto.




