L’Iran chiede lo sblocco dei beni congelati e offre una pausa decennale sull’arricchimento dell’uranio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il braccio di ferro negoziale tra Teheran e Washington si snoda in questi giorni lungo un crinale sottilissimo, dove convivono dichiarazioni di cauta apertura e smentite categoriche che gettano ombre sulla reale consistenza delle proposte sul tavolo. Secondo quanto riportato da fonti citate da Al Arabiya, che rilancia la notizia sulla piattaforma X, l’Iran avrebbe formulato un’offerta articolata per rompere l’impasse: la sospensione dell’arricchimento dell’uranio oltre la soglia del 3,6% per un decennio, unita all’impegno a diluire internamente le scorie arricchite oltre il 20%. Una concessione tecnica di non poco conto, questa, che la controparte americana, reduce da un anno di presidenza Trump segnato da una rinnovata linea dura, non può liquidare come una semplice mossa propagandistica. La contropartita richiesta – condizione indispensabile per procedere – è altrettanto chiara: lo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero, una leva finanziaria che da anni rappresenta per Teheran una vera e propria ossessione diplomatica e, al contempo, un’ancora di salvezza economica.

Il paradosso del portavoce: “vicini e lontani”

A complicare il quadro, e a restituire la natura effervescente di questi contatti, ci pensa il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, che in un’intervista citata dall’agenzia Isna ha offerto una sintesi perfetta della contraddizione intrinseca ai negoziati. “Siamo allo stesso tempo molto vicini e molto lontani da un accordo”, ha dichiarato, ammettendo da un lato che lo slancio attuale sta producendo una riduzione delle divergenze, ma sottolineando dall’altro l’assenza di una comprensione piena su questioni di “immensa importanza”. Baghaei ha poi puntato il dito contro quella che definisce la “retorica contraddittoria della parte americana”, un’accusa che riflette la profonda sfiducia accumulata negli anni e che rischia di vanificare i progressi compiuti nella definizione di alcuni parametri. Una fonte informata iraniana, interpellata dall’agenzia Tasnim, ha persino smentito con decisione la proposta dei dieci anni filtrata da Al Arabiya, definendola “completamente infondata” e ribadendo che i colloqui sono concentrati esclusivamente sulla fine della guerra, senza entrare nel dettaglio del dossier nucleare.

La Casa Bianca valuta le opzioni tra diplomazia e forza

Sull’altro versante, l’amministrazione Trump non sta certo con le mani in mano, e la tensione aleggia alta su Washington come sul Golfo Persico. I media americani, tra cui la Cnn e il Wall Street Journal, riferiscono di un summit alla Casa Bianca in cui il presidente ha riunito i vertici della sicurezza nazionale per passare in rassegna tutti gli scenari possibili, compreso quello, mai archiviato del tutto, di un ritorno alla guerra. Eppure, a filtrare dalle riunioni è anche un cauto ottimismo: lo stesso segretario di Stato, Marco Rubio, ha confermato che “qualche progresso” è stato fatto, pur ribadendo il punto fermo – non negoziabile – secondo cui l’Iran non deve mai dotarsi dell’arma atomica. Rubio ha dettagliato le condizioni statunitensi, che vanno dalla liberazione dello Stretto di Hormuz dalla pressione iraniana alla consegna dell’uranio altamente arricchito, delineando una strategia che sembra voler lasciare un’ultima porta aperta alla diplomazia, magari attraverso la mediazione pakistana o qatariota.

Il nodo delle scorte e la priorità della guerra

La posizione iraniana, al di là delle aperture condizionate, resta ancorata a una sequenza logica ben precisa che ribalta l’ordine delle priorità occidentali. Baghaei ha più volte ripetuto che l’obiettivo immediato – il solo per il quale si stia effettivamente negoziando – è la fine delle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso, insieme alla rimozione del blocco navale nello Stretto di Hormuz. Solo in un secondo momento, spiega il portavoce, si potrà tornare a parlare del programma nucleare: una presa di posizione che riflette la memoria storica delle due guerre “aggressive” subite dall’Iran nel corso di precedenti tornate negoziali proprio sul nucleare, quando il mancato accordo portò a un’escalation militare. Una fonte iraniana ha anzi chiarito al riguardo che il Paese non intende esportare le proprie scorte di uranio arricchito, ma è disposta a diluirne la purezza sotto la supervisione dell’Aiea. In questo senso, la dichiarazione di intenti su una pausa decennale dell’arricchimento – per quanto contestata – rappresenta forse il tentativo di aggirare lo stallo, offrendo un gesto concreto in cambio del disgelo degli asset, mentre le divergenze profonde sull’arricchimento interno restano il vero macigno sulla strada di una pace duratura.

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