Ucciso in carcere Ian Watkins, accusato di pedofilia: due detenuti a processo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La morte violenta di Ian Watkins, l’ex cantante dei Lostprophets condannato per crimini efferati ai danni di minori, ha ora un volto e un nome ufficiale dinanzi alla giustizia. Rashid Gedel, venticinquenne, e Samuel Dodsworth, di quarantatré anni, sono stati formalmente identificati come i presunti autori materiali dell’omicidio, consumatosi all’interno della struttura di massima sicurezza di HMP Wakefield l’11 ottobre; un epilogo, quello dell’agguato mortale, che non costituisce un episodio isolato nella recente storia detentiva del musicista, il quale aveva già subito un’aggressione, peraltro non grave nelle conseguenze, nel corso del 2023. Entrambi gli uomini, i quali non hanno dichiarato la propria colpevolezza durante la prima comparizione davanti alla Corte dei Magistrati di Leeds, dovranno ora affrontare un processo per l’accusa di omicidio.
La condanna e il terrore della testimone
Watkins, la cui carriera musicale si era infranta in modo irrevocabile già nel 2013, stava scontando una pena detentiva di ventinove anni, seguiti da un periodo di libertà vigilata di ulteriori sei, per una serie di reati sessuali di inaudita gravità, che includevano, come elemento tra i più agghiaccianti, il tentato stupro di una neonata. A contribuire in maniera decisiva a quella condanna, costruita su prove delle quali si parlò molto durante il processo, furono le testimonianze della sua ex fidanzata, Joanne Mjadzelics, la quale, denunciando i suoi “comportamenti depravati e malati”, riuscì a smascherarlo non senza difficoltà, poiché in un primo momento le sue parole non furono credute dalle autorità. Proprio per questo suo ruolo chiave nell’istruttoria, la donna aveva vissuto negli anni successivi con il costante terrore che Watkins, un giorno, potesse in qualche modo rintracciarla e vendicarsi.
Le dichiarazioni a caldo dell’ex compagna
Proprio Joanne Mjadzelics, interpellata in merito all’accaduto, ha espresso senza mezzi termini il proprio stato d’animo, definendo la notizia “uno shock” ma al tempo stesso ammettendo di essere “sorpresa che non sia accaduto prima”. In un’amara e cruda confessione, ha aggiunto di averlo “voluto morto da molto tempo” e di sentirsi ora “sollevata”, come se si fosse finalmente “tolta un peso dalla testa”; dichiarazioni che, nel loro realismo, riflettono il profondo trauma subito da chi ebbe la forza di opporsi a lui quando era ancora un personaggio potente e di portare alla luce una verità scomoda e raccapricciante, affrontando poi le inevitabili conseguenze di un atto di tale coraggio.
L’iter giudiziario per gli aggressori
L’attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura si concentra ora interamente sul percorso giudiziario che attende i due detenuti accusati, i quali, stando alle ricostruzioni, avrebbero colpito a morte Watkins utilizzando un coltello. L’episodio, per quanto drammatico, si inserisce in un contesto carcerario notoriamente complesso e pericoloso, specialmente per i reclusi condannati per certi tipi di reati. L’inchiesta, che procede per accertare le dinamiche precise e le eventuali concause dell’aggressione, dovrà fare luce su uno degli omicidi più discussi avvenuti tra le mura di un penitenziario britannico negli ultimi tempi.




