Megaliti in piazza Maggiore, tra tutela e avanguardia: lo scontro si fa arte
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L'arrivo dei diciannove massi, alcuni dei quali alti fino a quattordici metri, sul crescentone di piazza Maggiore a Bologna ha scatenato un dibattito che, oltrepassando i confini della città, tocca il nervo scoperto del rapporto tra conservazione e contemporaneità. L'installazione "Iwagumi-Dismisura" dell'artista australiano Nimrod Weis, già ospitata in metropoli come Singapore e Melbourne, trasforma infatti lo storico spazio antistante la basilica di San Petronio in un paesaggio onirico e quasi lunare, specialmente di notte, quando luci e suoni ne completano la visione. Una scelta, quella del Bologna Festival, che non poteva passare inosservata e che divide nettamente gli osservatori, ciascuno dei quali porta argomentazioni che affondano le radici in visioni diametralmente opposte del decoro urbano e della funzione dell'arte pubblica.
La voce della conservazione: un'opera "fuori contesto"
Da un lato, posizionandosi su un crinale di rigorosa tutela, si esprime Raffaele Milani, presidente della sezione bolognese di Italia Nostra. L'associazione, il cui mandato è la salvaguardia del patrimonio storico e naturale, giudica l'intervento di Weis francamente invasivo, sostenendo che lo splendore medievale della piazza debba conservare la sua dignità senza essere stravolto da installazioni di tale impatto. Per Milani, la collocazione di quelle che definisce megaliti rappresenta una forzatura, un elemento estraneo a un contesto architettonico che andrebbe invece preservato nella sua integrità, quasi come un'opera d'arte essa stessa, sottraendolo a operazioni che, per quanto artistiche, rischiano di essere percepite come semplici attrazioni effimere.
Lo sguardo dell'arte contemporanea: uno "stimolo" necessario
Dall'altro, a difendere la valenza dell'operazione, si schiera una studiosa di storia dell'arte come Silvia Evangelisti, la quale, pur non avendo ancora visto l'opera dal vivo, ne promuove senza riserve il coraggio e la potenza comunicativa. Secondo la sua analisi, proprio l'effetto straniante e "strampalatamente surreale" creato dai megaliti costringe lo sguardo a ripensare uno spazio che, per la stessa sua familiarità, rischia di diventare invisibile. Quell'installazione fantastica, quindi, lungi dall'oscurare la piazza, la renderebbe anzi più evidente, attirando anche chi non è avvezzo al linguaggio dell'arte contemporanea ma che, meravigliandosi, finisce per osservare con rinnovata attenzione sia l'opera sia il luogo che la accoglie. È un invito, insomma, a un confronto diretto e fisico, che lascerà un segno nella memoria collettiva.
Tra social e realtà, l'attesa per l'apertura
Nel frattempo, mentre i tecnici dello studio Eness ultimano i lavori dietro le transenne, la città vive un periodo di fervida attesa. I social network, come spesso accade, si sono trasformati in un'agora digitale dove si condensano pareri di ogni tipo, dal più entusiasta al più ferocemente critico, anticipando quel dibattito che si sposterà fisicamente in piazza a partire da domenica, quando il pubblico potrà finalmente varcare la soglia del cantiere e immergersi personalmente nei cunicoli e tra le forme di quelle che Weis definisce "rocce piene d'aria". La curiosità, del resto, è palpabile: vedere come un'opera di tale dismisura dialogherà con le antichissime pietre di Bologna resta un esperimento unico, il cui esito non è scritto ma si costruirà passo dopo passo con la percezione di coloro che la vivranno.




